“Questa mattina, a Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni, Francesco Guccini”. Lo ha annunciato la famiglia del cantautore. Chiamarlo cantautore, tuttavia, è riduttivo. Guccini è stato insegnante, giornalista, romanziere, paroliere sentimentale delle cose perdute. E narratore: uno scrittore che usava la forma-canzone per far incontrare autobiografia e Storia, osterie e rivoluzioni, impegno politico e inquietudini private.

È morto a Pavana, dunque, paese dell’Appennino tosco-emiliano che lo aveva adottato e in cui aveva trovato una patria anche più elettiva di quella Modena dove era nato il 14 giugno 1940, quattro giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. A Pavana aveva trascorso gli anni decisivi della formazione, da lì sarebbero venuti i boschi, il mulino, i racconti di famiglia, le parole dialettali e quella insistita domanda sulle radici che avrebbe attraversato tutta la sua opera.

Aveva cominciato a suonare la chitarra alla fine degli anni Cinquanta, sull’onda del rock’n’roll, prima di imporsi come autore per l’Equipe 84, Caterina Caselli e soprattutto i Nomadi, ai quali affidò canzoni destinate a entrare nella memoria collettiva come Dio è morto, Noi non ci saremo e Per fare un uomo. Il debutto da interprete arrivò nel 1967 con Folk beat n. 1, che conteneva già Auschwitz e Canzone per un’amica.

Francesco Guccini - Fra la via Emilia e il West (2024), @Webphoto
Francesco Guccini - Fra la via Emilia e il West (2024), @Webphoto

Francesco Guccini - Fra la via Emilia e il West (2024), @Webphoto

Seguirono dischi che hanno segnato la storia della canzone italiana: Radici, con La locomotiva, Il vecchio e il bambino, Incontro e Piccola città; Via Paolo Fabbri 43, con la rabbia orgogliosa dell’Avvelenata; Amerigo, dove la vicenda privata diventava romanzo dell’emigrazione e Eskimo bilancio sentimentale di una generazione; poi Metropolis, Signora Bovary, Quello che non…, Parnassius Guccinii, D’amore di morte e di altre sciocchezze, Stagioni e Ritratti. Con L’ultima Thule, registrato nel 2012 nel mulino di famiglia a Pavana, aveva annunciato il congedo dalle canzoni originali, tornando in seguito alla voce e alla memoria popolare con Canzoni da intorto e Canzoni da osteria.

Più marginale, discontinuo, il rapporto con il cinema, che tuttavia lo corteggiò tenacemente. La sua prima apparizione significativa risale al 1976, in Fantasia, ma non troppo, per violino di Gianfranco Mingozzi. Guccini interpretava Giulio Cesare Croce, fabbro, poeta e cantastorie vissuto tra Cinquecento e Seicento, incaricato di accompagnare lo spettatore attraverso la storia di Bologna.

Nel 1977 compose la colonna sonora di Nenè di Salvatore Samperi, tratto dal romanzo di Cesare Lanza: il suo intervento musicale più organico per il grande schermo (e del resto il mondo del film, con la provincia italiana del dopoguerra, l’educazione sentimentale, la famiglia osservata attraverso il ricordo, era già vicino alle atmosfere gucciniane).

Nel 1979 partecipò a I giorni cantati di Paolo Pietrangeli, racconto della crisi di un cantautore politico e, attraverso di lui, delle disillusioni della generazione del Sessantotto. Nella colonna sonora troviamo Eskimo, quasi il controcanto del film, in cui la memoria politica si confondeva con quella amorosa. Nello stesso anno Pier Farri realizzò Amerigo – Nascita di una canzone, seguendo Guccini tra Pavana, sala d’incisione e concerti e mostrando quanto il suo processo creativo fosse inseparabile dai luoghi, dai volti e dalle storie familiari.

In Musica per vecchi animali, diretto nel 1989 da Stefano Benni e Umberto Angelucci, interpretò invece il guardiano di un museo. Un ruolo breve e allegorico, con Guccini custode di oggetti, parole e memorie minacciate dall’oblio.

Radiofreccia (1998), @Webphoto
Radiofreccia (1998), @Webphoto

 

Radiofreccia (1998), @Webphoto

La sua interpretazione più popolare rimane quella di Adolfo in Radiofreccia, esordio alla regia di Luciano Ligabue del 1998. Adolfo è il barista burbero attorno al cui locale si riuniscono i ragazzi destinati a fondare una radio libera. Nel film c’è anche Incontro, forse una delle sue canzoni più cinematografiche, costruita come una scena.

L’anno successivo Enzo Monteleone lo volle in Ormai è fatta!, storia dell’anarchico Horst Fantazzini interpretato da Stefano Accorsi. Guccini era il padre del protagonista, esponente di un anarchismo emiliano antico, popolare e ideologico, chiamato a confrontarsi con la ribellione confusa del figlio. Ancora una volta il cinema si serviva di lui come il volto di una generazione che aveva creduto nella Storia e che ora osservava le contraddizioni dei propri eredi.

Più dichiaratamente comico fu il sodalizio con Leonardo Pieraccioni, che lo diresse in Ti amo in tutte le lingue del mondo, Una moglie bellissima e Io & Marilyn. Preside, regista dilettante di Grease, psichiatra, con Il Maestrone che si divertiva a fare il caratterista.

Ma è probabilmente il documentario la forma cinematografica che più gli somigliava. Nell’anno 2002 di nostra vita, io, Francesco Guccini…, La mia Thule e Son morto che ero bambino. Francesco Guccini va ad Auschwitz, diretti da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, hanno lavorato sul rapporto tra voce, paesaggio e memoria. Nel viaggio ad Auschwitz con un gruppo di studenti, la canzone composta mezzo secolo prima tornava nei luoghi della tragedia e diventava occasione di trasmissione fra generazioni. In La linea gialla – Bologna, 2 agosto, sempre di Conversano e Grignaffini, Guccini appariva invece come un fornaio dentro il racconto della strage della stazione.

Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005), @Webphoto
Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005), @Webphoto

Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005), @Webphoto

Nel 2024 il rapporto con il grande schermo si conclude tornando là dove era iniziata la sua avventura: su un palco. Tornava nelle sale nella versione restaurata Francesco Guccini: Fra la Via Emilia e il West, film sul concerto tenuto in Piazza Maggiore a Bologna il 21 giugno 1984, con Lucio Dalla, Paolo Conte, Pierangelo Bertoli, i Nomadi e molti altri. Più di 34.000 spettatori nei primi giorni di programmazione, a testimonianza di un amore per il cantautore capace di superare le prove del tempo.

Ma il cinema, se possibile, era già nelle sue canzoni. Autogrill è come un cortometraggio su un incontro immaginato e subito dissolto. Incontro vive di campi e controcampi sentimentali. Amerigo è un lavoro di montaggio tra l’Appennino e l’America, il mito e il disincanto. Eskimo attraversa anni, stanze e stagioni come un lungo film autobiografico. La locomotiva possiede il respiro di un western politico, mentre Canzone per un’amica racconta una tragedia stradale opponendo la corsa alla definitiva immobilità della morte.

Guccini non ha fatto molto cinema, ma quando appariva sullo schermo bastava inquadrarlo perché entrassero nel film Bologna e Pavana, il Sessantotto e il disincanto, le osterie, le montagne, i libri, la provincia e la Storia.

Se n’è andato là dove tutto aveva avuto inizio e dove tutto, nelle sue canzoni, sarebbe continuato a tornare. Fra la Via Emilia e il West, naturalmente.