X – A Sexy Horror Story

Referenze dichiarate e rivendicate, dall'orrore rurale di Non aprite quella porta alle scream queen del grand guignol, al tempo dell'esplosione del porno: una riflessione sulla violenza che interroga il nostro sguardo

11 Luglio 2022
3/5
X – A Sexy Horror Story
MOSSLINE PHOTOGRAPHY

La nostalgia può essere un rifugio o una trappola e l’audiovisivo americano ce lo dimostra continuamente. Per Ti West si tratta soprattutto di uno strumento con cui riplasmare e rinverdire un immaginario. È un teorico e un macellaio raffinatissimo, l’autore di X – A Sexy Horror Story, che rivendica la sua adesione al côte rétro già espressa nel film che lo fece conoscere agli appassionati, quel The House of the Devil che recuperava elementi tipici del sottogenere slasher usando uno stile coerente con l’orizzonte temporale raccontato ed evocato.

Stavolta, non nascondendo alcuna ambizione, costruisce un horror che sbriglia il passato per dargli nuova linfa attraverso l’esercizio di una radicata e consapevole cinefilia. Siamo nel 1979, in un Texas arido e pieno di mosche, e un gruppo di filmmaker (l’esuberante proprietario di un burlesque, la sua fidanzata aspirante attrice, il regista che anela al capolavoro accompagnato da una partner apparentemente diffidente, gli altri interpreti) sta girando un film per adulti intitolato La figlia del contadino. L’industria del porno sta esplodendo, i corpi si liberano, la carne ribolle. Arrivati in una fattoria scelta come set, i membri del cast devono confrontarsi con un’inquietante coppia di anziani.

Le referenze di X (titolo che allude al rating con cui sono classificati le produzioni vietate ai minori) sono dichiarate e rivendicate, in primis l’orrore rurale di Non aprite quella porta, e la pasta e i colori del direttore della fotografia Eliot Rockett contribuiscono a creare un’estetica che ammicca alle immagini degli anni Settanta e dialoga con la patina vintage dei filtri sui social.

Il divertimento risiede nel doppio ruolo ricoperto da Mia Goth, che oltre a interpretare la rampante stellina Maxine – in linea con i 28 anni denunciati all’anagrafe – si cela sotto chili di protesi per dare vita a Pearl, la vecchia megera, sessualmente frustrata e piuttosto squallida, figura che suggella e ribalta la ritrovata ossessione per le dame del Grand Guignol (pensiamo alle antologie di Ryan Murphy).

MOSSLINE PHOTOGRAPHY

Ma, se un tempo a prestare volto decadente, sguardo perverso e corpo attempato ma minaccioso erano le leggende del grande schermo (Bette Davis e Joan Crawford su tutte), qui c’è una giovanissima attrice che ha il compito di disinnescare il potenziale camp per indicare qualcosa di meno grottesco, connettere la bellezza sfrontata dell’una con quella perduta dell’altra, annunciare la tragica mostruosità del tempo che passa. È una sfida esaltante per Goth, il cui corpo messo alla prova della credibilità ha l’incarico di sottolineare che la scelta di incrociare l’exploitation del porno con un’altra horror story non è pretestuosa ma ragionata.

West elabora una riflessione sul rapporto tra la stilizzazione della violenza e la sua persistenza in un quotidiano malsano e represso, accenna alle politiche dello sguardo nel conflitto tra morbosità ed emancipazione, mette in campo la paura derivata dalle conseguenze del desiderio sessuale provato da una donna non più desiderabile e perciò dannata. Contestualmente non rinuncia mai all’intrattenimento, all’uccisione truculenta, al sangue che sgorga, al gusto dello splatter. Il regista ha già girato un prequel dedicato a Pearl, che recupera la giovinezza del personaggio. E si capisce ancora meglio il doppio impegno di Goth.

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