Wendy

A otto anni da Re della Terra Selvaggia, Benh Zeitlin torna con una rilettura di Peter Pan: un film complesso e stratificato, eruttivo e amniotico. Imperfetto, sì, ma ad avercene. Ad Alice nella Città

18 Ottobre 2020
3,5/5
Wendy
Devin France. Photo by Eric Zachanowich. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Si dice che il secondo film sia per un regista il più difficile, figurarsi per chi trentaduenne fu subito candidato all’Oscar con l’opera prima. E certo questo Wendy (presentato al Sundance e ora ad Alice nella Città) non è né facile né completamente risolto, ma, insomma, ad avercene.

Prima di tornare al cinema, Benh Zeitlin si è preso il suo tempo, ha rifiutato le offerte più allettanti e, a otto anni da Re della Terra Selvaggia, è riuscito a plasmare una sua ossessione infantile: una rilettura di Peter Pan attraverso lo sguardo della coprotagonista, una storia che lui e sua sorella Eliza si portano dentro da quando erano bambini.

Operazione complessa e complicata, anche perché Zeitlin ha deciso di eliminare il côté edoardiano – e di conseguenza la collocazione storica all’alba del Novecento che si ritrova anche nella versione disneyana – per trasferire l’azione nel caldo e polveroso Southern americano, creando un ponte con l’immaginario dell’esordio.

(da sinistra): Devin France, Gavin Naquin and Gage Naquin. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Wendy è un ripensamento del classico al crocevia della wildness americana, con l’eroina titolare a guidare la narrazione. È la figlia della proprietaria di un diner che, piccola ma già sveglia e curiosa, assiste alla scomparsa di un bambino, salito a bordo del treno in corsa sulla ferrovia accanto. Anni dopo, anche lei e i fratelli minori (gemelli) salgono su quel treno, nel cuore della notte e, sopra una delle carrozze, conoscono un vivacissimo bambino afroamericano con i dread in testa. Finiscono in un’isola senza nome, selvaggia e rigogliosa, abitata da altri bambini (sperduti) che dialogano con la Terra Madre e vivono per non diventare mai adulti.

Wendy si sviluppa in un luogo sospeso, una costruzione onirica che sembra appartenere allo spazio dei sogni ma dove tutto appare aderente alla natura brada raccontata in molta letteratura americana. Una versione dell’Isola-che-non-c’è selvaggia e misteriosa, che incrocia il ricordo delle avventure di Mark Twain con un’ipotesi alternativa e umanista di un fantasy che si misura all’altezza del reale.

Il tempo non esiste e si annulla, e forse proprio in questa terra di mezzo si può riverberare la potenza di un’esperienza immersiva (letteralmente: è un film acquatico e amniotico) che va letta attraverso lo sguardo di chi è stato un bambino sperduto e ha infine trovato la rotta di casa.

Devin France and Yashua Mack. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Più che narrare un racconto di formazione, Wendy ne rivela i meccanismi e gli schemi, smontando e interpretando secondo lo sguardo di un autore visionario un’opera che nella sua essenza mantiene le coordinate emotive. È chiaro che una storia così ponderata e rimuginata perda qualcosa nel suo farsi film: eppure quando sentiamo troppo il peso del ragionamento, la gabbia della costruzione, l’impalcatura teorica, Zeitlin ha l’intelligenza di restituire immagini dirompenti in grado di comunicare meglio il cuore del film.

È un film imperfetto, Wendy, eruttivo, denso e stratificato (la rinuncia ai sogni della madre, la varia umanità del diner, i destini dei bambini sperduti, l’origin story di Capitan Uncino) e perciò catalizzatore di un fascino straordinario. Tutto è racchiuso nel volto e nel corpo della piccola protagonista, incaricata di indicare agli occhi altrui quale sia “la storia”. Wendy è “la storia” che appartiene ai fratelli Zeitlin ed è la storia di tre – anzi due – fratelli, dei loro sogni, dei loro ricordi, delle loro lacrime che bagnano la notte.

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