Un’educazione parigina

Il regista Jean-Paul Civeyrac realizza un'ode al grande schermo. Gira in bianco e nero, si muove tra Chuciev e Eustache, e invita alla meraviglia anche in tempi bui. In digitale

12 Aprile 2021
3,5/5
Un’educazione parigina

I protagonisti di Un’educazione parigina iniziano a guardare Ho vent’anni di Marlen Chuciev del 1965. I film si specchiano l’uno nell’altro: i giovani in questione sono sempre quattro, a cambiare sono le capitali di riferimento. Chuciev girava a Mosca, e metteva in scena la diseducazione sentimentale secondo le influenze anche della Nouvelle Vague francese. Era il ritratto disilluso di uno scontro generazionale senza possibilità di recupero, e sul montaggio finale la leggenda racconta che intervenne Chruščëv con pesanti tagli. Ma questa è un’altra storia.

Un’educazione parigina di Jean-Paul Civeyrac e Ho vent’anni condividono l’intento, la voglia di ricominciare, di riscoprire la meraviglia in un mondo ormai cupo. Il regista francese realizza un omaggio al grande schermo, un’ode alla magia del cinema che risuona ancora più potente oggi che le sale sono chiuse. L’impostazione di partenza sembra quella di The Dreamers di Bertolucci, poi ci si sposta verso Jean Eustache, richiamando il suo La maman et la putain. Le ronde amorose convogliano in un’unica grande passione, quella del narrare, del sentirsi demiurghi dietro la macchina da presa.

 

Étienne si trasferisce a Parigi, vuole diventare un cineasta. A scuola passa da Dreyer al neorealismo, fuori dalle aule ci si domanda se condannare o promuovere il nuovo film di Verhoeven. Intanto a casa le ragazze se lo contendono, e gli amici cercano di coltivare il loro talento realizzando cortometraggi.

Il bianco e nero è un punto d’incontro tra presente e passato. Si è sospesi tra classicismo e avanguardia, tra i versi di Novalis e l’ecologia. Però ci si emoziona pensando a Louis Malle, e il dibattito si fa acceso quando realtà e finzione entrano in conflitto. L’educazione del titolo non è solo parigina, ma è anche alle immagini, al saper osservare. Un’immagine è cinema? È solo uno dei tanti interrogativi che vengono posti allo spettatore.

Il fervore dell’età si infrange contro la vita di tutti i giorni, Civeyrac alimenta la favola, per poi ricordarci che i sognatori devono affrontare anche le imposizioni della società. Il cinema viene descritto come un amante geloso, che non ammette concorrenti. Non lo si può tradire, come invece capita alle persone. Per Civeyrac è un rifugio, ma anche una tempesta costante.

Un’educazione parigina ragiona sui sensi. Allenare l’occhio per cogliere i dettagli, leggere per saper dare respiro ai dialoghi, immergersi nei corpi per esaltare il sentimento. La poesia si fonde con la prosa, l’agitarsi si alterna alla quiete, mentre la creatività e l’estro assumono le sembianze di una grandiosa “maledizione”. Disponibile in digitale e su cgentertainment.it.

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