Se è vero che la tradizione creativa occidentale si è da sempre fondata sul conflitto generazionale, segnando ogni storia raccontata e rappresentata, il nuovo film del regista Ruben Fleischer, Uncharted, potrebbe ottenere incassi da record e una buona accoglienza di pubblico.

I primi se non altro saranno gli affezionati della serie di videogiochi adventure di enorme successo, sviluppati da Naughty Dog e pubblicati da Sony, da cui la origin story prende ispirazione.

Il logo PlayStation sullo schermo nero evoca il solito effetto nostalgia a quegli anni Novanta conservati ormai gelosamente. Poi tutto prende forma dallo sguardo di due ragazzi, orfani, di fronte all’oggetto che con la sola rappresentazione bidimensionale rende tangibili, seppure a livello visivo, più luoghi contemporaneamente: una cartina geografica.

Dopo il racconto del fratello maggiore, di nome Sam, del tesoro perduto cinquecento anni prima da Ferdinando Magellano su un’isola deserta e successivamente della scomparsa di questo, unico familiare rimasto, inizia l’avventura del protagonista Nathan Drake.

Interpretato dall’attore britannico Tom Holland, di recente nelle vesti di Peter Parker sul set di Spider-Man: No Way Home, Nathan incarna un giovane cercatore di tesori, abile destreggiatore di parole ed oggetti, discendente del celebre Sir Francis Drake.

Ad unirlo al diffidente Victor “Sully” Sullivan, Mark Wahlberg, sono i cinque miliardi di dollari dell’esploratore e navigatore portoghese, primo circumnavigatore dell’intero globo, dove Drake si convince di ritrovare anche il fratello mai più tornato.

Antonio Banderas, nelle vesti di Santiago Moncada, sarà l’antagonista principale che, persuaso dall’oro, si figura come erede della spagnola Casa di Moncada, toccandogli di diritto ogni ricchezza.

Un Tom Holland eccezionale quello presente in Uncharted che d’altronde non stupisce dopo il riconoscimento di attore promettente post Uomo ragno. In questa specie di escape room senza fine appare ironico, minuzioso e preparato all’azione: un vero stuntman.

 

Eppure il supporto del cast, a partire da quello femminile, non convince del tutto: la non fidata Sophia Ali e la statuaria Tati Gabrielle sembrano non avere un ruolo studiato nei minimi dettagli risultando così personalità poco interessanti. Anche Banderas fallisce nel suo status di villain: non crea empatia nello spettatore diventando il cattivo meno affascinante degli ultimi tempi.

Ruben Fleischer ci regala un prodotto nel quale trionfa ancora una volta la componente action ma non solo: in Nathan persiste il conflitto interiore dell’abbandono, prima dai genitori e poi da Sam, e così la mission risulta quella del ritrovamento familiare.

L’atmosfera sembra ricalcare perfettamente i luoghi della serie videoludica, tra titolazioni giganti in sovrimpressione e citazioni di immagini riprese direttamente dal gioco.

Se c’è una cosa però che sicuramente manca in Uncharted è la complessità dei personaggi, la luce e l’oscurità dentro a ciascuno.

Tra sorriso, ironia e riferimenti per gli appassionati quindi la pellicola rimane comunque in superficie non intensificando le sfumature necessarie. E se qualcuno volesse paragonarla ad Indiana Jones o Mission: Impossible il gioco non reggerebbe la candela.

Tuttavia se, citando una frase del film, “Ci sono posti che non si trovano su nessuna mappa, non sono scomparsi, solo perduti”, qualcuno è riuscito anche solo a immaginarli, Uncharted ha mantenuto la sua promessa.