Un soupçon d’amour

Paul Vecchiali gira con la sicurezza dei maestri. A 90anni omaggia Douglas Sirk, conferma il suo amore per il melò. Memoria, sofferenza, tradimento: fuori concorso al TFF38

24 Novembre 2020
3,5/5
Un soupçon d’amour

Purtroppo in Italia Paul Vecchiali non ha avuto molta fortuna con la distribuzione dei suoi film nelle sale. Anni fa ci ha pensato il programma televisivo Fuori orario a recuperare una delle sue opere migliori: A vot’ bon coeur, di cui lui stesso era protagonista. E pensare che nel 1974, alla Mostra di Venezia, il suo Femmes Femmes aveva molto impressionato Pasolini. Da allora il regista non si è mai fermato, realizzando diciassette titoli e restando fedele al suo amore di sempre, il melò.

Oggi Vecchiali ha 90 anni ed è ancora un leone dietro la macchina da presa. Porta al Torino Film Festival, fuori concorso, Un soupçon d’amour, e lo dedica subito a Douglas Sirk, un faro nella sua carriera, insieme a Renoir e Ophüls. Gira con la sicurezza dei maestri, in modo rigoroso. Pochi stacchi (in Once More – Ancora condensava novanta minuti in dieci sequenze), molte immagini fisse, movimenti di macchina quasi impercettibili.

Il suo obiettivo è accompagnare, non rubare la scena. Vecchiali è un osservatore attento, un cineasta che sa come sviluppare con disciplina le sue storie. Sublima la passione, insegue la catarsi dei suoi personaggi per renderli finalmente liberi dalla sofferenza. Si interroga su tradimento, memoria, tenerezza, per ragionare sulla morte.

 

In Un soupçon d’amour inizia dal palcoscenico, dal teatro, per riflettere sul cinema. La sua musa recita l’Andromaca, ma non vorrebbe più fare l’attrice per dedicarsi al figlio. Vecchiali si concentra sull’essere genitore, su una maternità trattenuta, su un matrimonio in crisi per la presenza di un’altra donna. Si sentono gli echi del suo Corpo a cuore quando il bambino continua a tossire senza sosta, e si intuisce che la malattia potrebbe essergli fatale.

Ma i toni restano quieti, l’intensità del racconto passa attraverso parole non dette, i chiaroscuri simmetrici sembrano l’ultimo baluardo prima di un’inevitabile tempesta. Un soupçon d’amour potrebbe essere l’altra faccia di Racconto d’autunno di Rohmer, quando ormai si lotta con la solitudine, con i traumi del passato. Perché l’attenzione è anche sul tempo, sui fantasmi che non smettono di accompagnarci, sulla gioventù come un ricordo lontano.

Efficace questa volta la scelta di aggiungere delle venature thriller, che esplodono soprattutto nell’ultima parte. E c’è un momento indimenticabile: il vestito rosso che Fabienne Babe indossa mentre è distesa sul letto è un richiamo alla Dorothy Malone di Come le foglie al vento. Sarebbe bello se qualcuno decidesse di acquistare Un soupçon d’amour e portarlo da noi.

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Renè
Ospite

Appena visto in streaming. Stupendo, una magnifica lezione da parte di un Maestro troppo sottovalutato (“Encore” era una perla). Teatro, vita vera o solo immaginata, ruoli che cambiano e poi la verità di fondo, che non si vuole accettare. Il tutto in 90 minuti difficili da dimenticare

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