Nei film di Ann Sirot e Raphaël Balboni c’è sempre uno slittamento: nella loro prospettiva umoristica e sempre umana, dove il realismo si abbandona alla fantasia, un argomento serio, impegnativo, drammatico se non tragico può trovare spazio dentro una commedia che non rinuncia a prendersi carico di quel peso ma, anzi, se ne incarica per accompagnare i personaggi in un percorso di espiazione tanto leggero quanto imponente.

Dopo la giovane coppia alle prese con la demenza semantica della mamma di uno di loro (La folle vita) e i conti in sospeso di due persone che non possono avere figli perché troppo legati a relazioni precedenti (La sindrome degli amori passati), stavolta il trauma da affrontare – e possibilmente risolvere – è lo stupro subito dalla madre della protagonista, Diane, nata tre anni dopo la violenza. Ormai ventenne bizzarra e un po’ spaesata, Diane scopre la verità e decide di vendicare la madre andando nel paese dell’orco. Naturalmente la faccenda è più complessa: Diane propone versioni creative della verità, ha un legame alternativo con la realtà, non sa instaurare un rapporto con gli uomini, che odia quanto desidera. Che fare quando un goffo ciclista chiede un passaggio in strada?

Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83, Un détour par Diane convoca il concetto molto cinematografico di “deviazione” per seguire il percorso di scoperta di sé della protagonista (e il titolo internazionale, Diane in the Loop, è forse più efficace nell’inquadrare lo smarrimento esistenziale della ragazza). Al terzo film, la coppia belga formata da Sirot e Balboni continua a esplorare le possibilità della commedia, luogo in cui si trovano meglio nel declinare il sorriso nella malinconia, anche in un caso come questo che interroga l’eredità del trauma.

In questa storia atipica che parte come un revenge movie dai colori pastello (decisivo il contributo della fotografia di Fiona Braillon) e diventa un racconto di formazione alla scoperta di sé, accumulano suggestioni western (i cappelli da cowgirl, le inquadrature che ricordano i duelli, le strade, le lapidi del cimitero, gli orizzonti del paesaggio marittimo invernale) e una bizzarra cifra surreale (Diane dialoga con il fantasma della nonna), qualche intuizione visiva un po’ ammiccante (la pioggia di piume sul letto) e uno straniamento buffo. La sua forza sta soprattutto nei personaggi: tra l’ottima Ninon Borsei e il tenero Lucas Meister, si staglia il curioso triangolo tra la sofferta mamma Sandrine Blancke, il papà allampanato Peter Van Den Begin, l’amica della mamma Naidra Ayadi.