Ultras

Dai videoclip di Liberato all'esordio nel lungometraggio: Francesco Lettieri sceglie una macrotematica spigolosa ma è lo sfondo per raccontare due generazioni a confronto. Non male

3 Marzo 2020
3/5
Ultras
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Fare un film “di fantasia” sull’universo Ultras non è mai una passeggiata di salute. Lo sa bene Ricky Tognazzi, che nel ’91 (Ultrà) provò a raccontare le frange più estreme del tifo romanista, film che venne ripudiato e osteggiato con forza, tanto da causare una frattura non da poco tra i supporter giallorossi e Claudio Amendola, protagonista del film e assiduo frequentatore della Curva Sud.

30 anni dopo, spostando il centro nevralgico da Roma a Napoli, Francesco Lettieri sceglie questa tematica scivolosa per il suo esordio al lungometraggio, dopo la pluriennale (e pluripremiata) esperienza come regista di videoclip (suoi tutti i video del “fenomeno” partenopeo Liberato, che firma anche le musiche del film), portando sullo schermo (per tre giorni, dal 9 all’11 marzo) poi dal 20 marzo su Netflix questa sceneggiatura scritta insieme a Peppe Fiore, supportato da Indigo in produzione e da Gianluca Palma alla fotografia, già al suo fianco nella realizzazione dei numerosi video musicali.

Aniello Arena e Antonia Truppo in Ultras

Ne viene fuori un’operazione ben più che dignitosa, incentrata sulla volontà di approfondire le derive di uno stato d’animo, in parallelo, tra due realtà generazionali differenti.

A quasi cinquant’anni Sandro (Aniello Arena) è ancora il capo degli Apache, il gruppo di ultras con cui ha passato tutta la vita allo stadio: una vita di violenza, scontri, passioni e valori incrollabili.

Ma ora che un Daspo gli impedisce di avvicinarsi alla curva, quei valori iniziano a vacillare. Sandro sente per la prima volta il bisogno di una vita normale, di una relazione, magari anche di una famiglia. E ha incontrato Terry (Antonia Truppo), con la quale vorrebbe costruire qualcosa di più di una semplice liaison mordi e fuggi.

Angelo (Ciro Nacca) ha sedici anni e considera gli Apache la sua famiglia, Sandro la sua guida, la persona che ha preso il posto di suo fratello Sasà, morto anni prima durante gli scontri di una trasferta.

Il primo è costretto a firmare ogni settimana in questura, per 38 giornate di campionato, il secondo è deciso più che mai a raggiungere Roma (“Bruciamo la capitale!”) insieme al resto degli ultras per l’ultima, decisiva partita che deciderà una stagione.

Il film di Lettieri racconta di fatto questo rapporto intergenerazionale, acuito da uno sfondo dove si accumulano le tensioni tra la vecchia guardia degli Apache (Sandro e tutti i suoi coetanei diffidati) e il nuovo che avanza, il gruppo che di fatto ancora continua a seguire la squadra (il Napoli, ovviamente, mai menzionato però), in casa e in trasferta, spesso dimenticando i consigli che gli “anziani” provano di volta in volta a trasmettere.

Ultras di Francesco Lettieri

Fedele ad una linea estetico-narrativa riconoscibile e affidandosi alla recitazione seminaturalistica (con molti non-attori scelti per i ruoli di contorno), Lettieri porta avanti il racconto in maniera tutto sommato coerente e senza cedere alla tentazione di una spettacolarizzazione ruffiana, pur scivolando di tanto in tanto in qualche snodo rivedibile.

Certo, l’escalation tragica del finale è manifesto di una chiusura del cerchio un po’ troppo “studiata” e, seppur fatto chiaro sin dall’inizio che tutto, nel film, dalla storia ai personaggi, è frutto di fantasia, non è detto che il movimento ultras accoglierà in toto l’operazione.

Resta comunque un esordio al lungometraggio da non sottovalutare, figlio di una indiscutibile dimestichezza dietro la macchina da presa.

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