Ultima notte a Soho

Edgar Wright mette in scena un duello mortale, tutto al femminile, che si destreggia tra l'oppressione di un'epoca e la cinefilia. Brividi fuori concorso a Venezia 78

4 Settembre 2021
3/5
Ultima notte a Soho
4139_D047_00049-00059_RCC Anya Taylor-Joy stars as Sandie and Matt Smith as Jack in Edgar Wright’s LAST NIGHT IN SOHO, a Focus Features release. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features

In The Wild Angels di Roger Corman del 1966, un Peter Fonda scatenato pronunciava una frase del tipo: “We wanna be free to do what we wanna do” (Vogliamo essere liberi di fare ciò che vogliamo). Era lo specchio di un’epoca, che il regista Edgar Wright omaggiava nel finale di La fine del mondo, quando Simon Pegg rifiuta le lusinghe degli alieni.

Nel cinema di Wright la cifra stilistica è lavorare su immaginari consolidati, rielaborare i generi e riproporli in chiave pop. Il suo nuovo film Ultima notte a Soho, fuori concorso alla Mostra di Venezia 2021 e dal 4 novembre nelle sale italiane distribuito da Universal, sembra un ulteriore passo avanti nella sua filmografia, una dichiarazione d’intenti che questa volta davvero supera ogni connotazione temporale.

Con La fine del mondo Wright guardava a Invasione degli ultracorpi di Don Siegel, con L’alba dei morti dementi a Romero, con Baby Driver al Walter Hill di Driver l’imprendibile. Qui l’omaggio è ancora più diretto: una ragazza di oggi si fonde con una cantante della Swinging London degli Anni Sessanta. Corpi che abitano altri corpi. Non è la prima volta che Wright si interroga sul tema del doppio. Era già successo in Scott Pilgrim vs.The World. Il protagonista doveva sfidare in un duello videoludico la sua versione malvagia, ma la situazione si risolveva abbastanza fraternamente.

Ultima notte a Soho possiede le sfumature di un genere sempre molto caro a Wright, l’horror. Dopo l’esordio con la parodia dei western di Leone A Fistful of Fingers, il regista si era dato subito al brivido: il successo era arrivato con la sitcom Spaced, gli zombi della Trilogia del Cornetto, le catacombe e le venature splatter di Hot Fuzz. I cinefili si ricorderanno che Wright ha addirittura diretto il finto trailer dell’orrore Don’t, contenuto all’interno di Grindhouse di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Era molto spassoso. Ma i toni di Ultima notte a Soho non sono per niente ironici.

Il “duello” tra Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie ha un afflato mortale. Wright si concentra sulla prevaricazione, sul lato oscuro di un’epoca che abusa del femminile. Uomini che odiano le donne, in una realtà maschilista, sulla scia del #metoo. Non a caso i modelli dichiarati da Wright sono A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg e Repulsion di Roman Polanski. Forse bisogna partire proprio da quest’ultimo, dall’oppressione del personaggio interpretato da Catherine Deneuve, schiacciata tra uno spasimante ossessivo e un padrone di casa che vuole approfittarsi di lei. La Deneuve faceva la manicure in un centro estetico, qui la protagonista Eloise vuole diventare una stilista. Entrambe lavorano sulla bellezza, sul colpo d’occhio. E rischiano di uscirne distrutte.

 

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Anya Taylor-Joy stars as Sandy and Matt Smith as Jack in Edgar Wright’s LAST NIGHT IN SOHO, a Focus Features release.
Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features

Wright fa dialogare i decenni, li mette in contatto. Per dare al racconto una connotazione alla De Palma, rende le fotografie immagini in movimento. Pensiamo a Blow Out, quando nel continuo riavvolgere e mandare avanti la pellicola John Travolta scopre un dettaglio fondamentale per risolvere il mistero. O quando negli ultimi minuti l’eroe si dispera sul corpo senza vita della sua amata, con alle spalle i fuochi d’artificio. Wright lavora sull’immagine come se fosse un’istantanea che prende vita. Ed è proprio da qui che scaturisce la sua vena postmoderna, nella continua necessità di collegare, di creare legami logicamente impossibili.

“Corpi che abitano altri corpi”. Ma non solo. Lo stesso concetto può applicarsi alla musica, agli spazi. È come una “possessione” artistica. Eloise trova la sua dimensione quando indossa le cuffie. Si torna a Baby Driver, sempre di Wright, al ragazzo prodigio che al volante può seminare chiunque. Per non sentire un fischio costante che lo tormenta, non smette mai di ballare sui grandi successi. Lui è permeato di hit e sentimenti in un musical/noir incalzante. Le canzoni dominano i personaggi di Wright, che sono fatti di carne, sangue, sentimenti e note musicali. È come se fossero dei contenitori da riempire, come gli extraterrestri di La fine del mondo o i non morti di L’alba dei morti dementi. Con la loro fisicità dominano l’ambiente in cui la storia li ha portati, e spesso sono costretti ad adattarsi a nuovi spazi che li deformano.

Per questo Ultima notte a Soho mette in scena una Londra immaginaria, in un viaggio fuori dal tempo, in cui il rischio è perdere sé stessi. Capitava la stessa disgrazia al superpoliziotto di Hot Fuzz, che suo malgrado veniva trasferito dalla City in un paesino di campagna a lui estraneo. Si fa strada quindi un problema identitario, che da sempre attanaglia le personalità sfaccettate che popolano gli universi di Wright. Ma il cineasta la sua risposta l’ha già data: siamo fatti dei film che vediamo. Per immergerci negli anni Sessanta, Wright costruisce una sala in cui proiettano Agente 007 – Thunderball (Operazione tuono) di Terence Young. Spirito nostalgico, per un incubo al neon schierato, a tratti selvaggio, sovraccarico, ma che non farà storcere il naso ai suoi fan.

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