Tutto l’oro che c’è

Andrea Caccia firma un documentario sorprendente. L'intento del regista è osservare, scendere nel profondo, farsi testimone di una realtà immobile. In concorso allo ShorTS

29 Giugno 2020
3,5/5
Tutto l’oro che c’è

Il fascino dell’attesa. Tutto l’oro che c’è è figlio di un’altra dimensione, sospeso nello spazio e nel tempo, quasi bloccato in un unico istante per tutta la sua durata. Gli uomini, la natura. Difficile dire chi si muova più in fretta, chi sia il vero protagonista in un documento che non sembra appartenere alla nostra epoca. Ritmi dilatati, assenza di dialoghi. I movimenti sono posati, mai frenetici. Non esiste un prima o un dopo.

Al centro di tutto c’è l’immagine, l’importanza dello sguardo, l’attenzione per i dettagli. Gli alberi, la luce, gli insetti, lo scorrere del fiume. La macchina da presa si incolla alle spalle dei cinque esseri umani che ci guidano in questo viaggio. Ne ispeziona i corpi, anche nudi, e li mette in relazione con il paesaggio. Il parco è un elemento pulsante, se ne può cogliere il respiro. L’anima primordiale della Terra prende possesso di ogni inquadratura.

Cinema di conquista, controcorrente, dove la tecnologia non ha spazio, e i grandi palazzi sono stati sostituiti da rovine. Cinque storie come le pagine di un libro, in un immenso diario che fa dei giochi di luce il suo punto di forza. Dal tramonto all’alba, fino al crepuscolo. L’intento del regista è di osservare, scendere nel profondo, farsi testimone di una realtà immobile. Lunghe inquadrature: la barca che risale il Ticino, le fioriture, il cambiare del clima.

 

Cinque uomini si aggirano tra cespugli e prati, ognuno mosso da un desiderio o da una necessità diversa. Ma non si incontrano mai. Un anziano cercatore d’oro ha vissuto tutta l’esistenza in quei luoghi, e continua la sua opera armato di setaccio. Un cacciatore di frodo con il suo cane insegue nuove prede. Un poliziotto lavora su un’indagine che non conosceremo mai. Un ragazzino si diverte, si arrampica, crea avventure immaginarie nel silenzio che lo circonda. Un naturista sperimenta il contatto della pelle con il suolo rovente, si abbronza, suda, bramoso di esperienze antiche.

I cinque insieme compongono un mosaico, che potrebbe ricordare le complesse costruzioni di Vedozero: settanta cellulari per raccontare l’adolescenza. Anche qui ritroviamo lo stesso tratto antinarrativo, la voglia di uscire dagli schemi, la riflessione su come bisogna rappresentare il mondo senza tradirne l’essenza. Un cinema non per tutti, ma di indubbia bellezza. Tutto l’oro che c’è era stato presentato nel 2019 al Torino Film Festival, e oggi è in concorso allo ShorTS International Film Festival nella sezione Nuove Impronte.

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