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Truffa a regola d'arte @Indyca
I falsari sono sempre stati una grande passione del cinema. Da Welles a Spielberg, fino ad arrivare a Il falsario con Pietro Castellitto. Da dove nasce questo amore? Dal contrasto tra copia e originale, tra creatore e creatura, in un vortice in cui il fake (F come Falso diceva Welles) vale più dell’originale. In Truffa a regola d’arte di Stefano Strocchi il fulcro è sul mondo dell’arte contemporanea.
Si mettono a nudo i meccanismi di una delle più grandi e incredibili frodi reali mai realizzate in Europa. Al centro della vicenda (realmente accaduta) c'è un trio bizzarro ed efficiente: uno sconosciuto gallerista, un eccentrico conte tedesco e infine il perno dell’intera operazione, l'artigiano olandese Robert Driessen. Per oltre un decennio questo gruppo è riuscito a raggirare istituzioni, esperti e prestigiose case d'asta di tutto il continente, immettendo sul mercato oltre mille statue di bronzo contraffatte attribuite al maestro Alberto Giacometti (le cui opere sono oscurate, perché non ha dato i diritti per il film). La scoperta del colossale reato avviene nel 2009, in un anonimo magazzino di Magonza, dando il via a una complessa indagine internazionale guidata dall'ispettore Ernst Schöller e dalla procuratrice Mirja Feldmann.
Strocchi non è nuovo a queste dinamiche narrative e sociali. Truffa a regola d’arte rappresenta la naturale evoluzione cinematografica di un’epopea già affrontata dall'autore con la serie Art Crimes. L’obiettivo è mappare le zone d'ombra della contraffazione e del mercato culturale contemporaneo. Questa attenzione per i retroscena dei sistemi complessi si allinea alla sua passata filmografia, che lo ha visto esplorare le strutture del potere istituzionale con il documentario La Politica e la miniserie 1968 millimetri, in cui il protagonista era il materiale d’archivio.
Qui Strocchi sceglie di adottare la struttura del true crime, con i toni ironici e a tratti paradossali della commedia picaresca. La forza del racconto risiede principalmente nella scelta dei testimoni, primo tra tutti lo stesso Driessen, che si concede alla macchina da presa senza filtri. Ripercorre la genesi del suo crimine, svelando i dettagli di un'esistenza intera costruita sul talento della mistificazione.
Il punto di vista adottato non si limita a ripercorrere la cronaca giudiziaria, ma allarga lo sguardo verso una riflessione profonda sui concetti di autenticità e feticismo. Il doc evidenzia la fragilità di un comparto economico basato sull'apparenza, dove il prestigio della firma supera le reali qualità dell’opera. La cifra di Strocchi asseconda questa ambiguità, giocando con gli opposti: la solennità dei musei e il laboratorio del falsario.
Truffa a regola d’arte è capace di parlare al grande pubblico, ma non rinuncia a descrivere la complessità di un sistema corrotto. Si evitano i giudizi morali netti, mostrando come il raggiro sia stato possibile solo grazie alla tacita complicità di un intero settore, che si nutre di suggestioni e lustrini. In fondo tutto è reale e tutto è finto, vero?
