The Woman Who Ran

Donne che parlano di uomini, in un film piccolo e prezioso, variazione sui consueti temi esistenziali del regista. In concorso a Berlino 2020

28 Febbraio 2020
3,5/5
The Woman Who Ran
© Jeonwonsa Film Co. Production

Un film sulle donne che parlano degli uomini. The Woman Who Ran di Hong Sangsoo è un film piccolo e silenzioso, e per questo tanto più prezioso  e uno dei momenti più ispirati e felici del concorso di questa Berlinale. Anche in questa storia di Hong si beve un po’ di alcool.

Il regista coreano, un ospite regolare alla Berlinale dalla fine degli anni ’90, è noto per instillare soju, la bevanda alcolica di riso coreana che rilassa e scioglie la lingua, nelle bocche dei suoi attori poco prima di girare scene chiave dove la comunicazione è fondamentale.

© Jeonwonsa Film Co. Production

In The Woman Who Ran, Gam-hee (Kim Min-hee), viaggia senza marito per la prima volta in cinque anni e  fa visita a tre vecchie amiche in una bella periferia di Seoul. Per il grill party da Young-soon appena divorziata (Sei Young-hwa), porta carne e tanto buon alcol, per l’incontro con Su-young (Song Seon-mi) invece, beve un solo bicchiere di vino bianco e nel pomeriggio – con Woo-jin (Kim Sae-byuk), si limita al caffè.

In poco meno di 80 minuti di film, sembra non accadere molto, vecchie amicizie che si tengono aggiornate. Eppure succede molto perché nei loro dialoghi e in quelle stanze risuonano le loro vite. Questo è il principio dei film di Hong, variazioni sugli stessi temi esistenziali per lo più declinati senza sceneggiature finite.

Hong conduce e guida i suoi attori in lunghe conversazioni che osserva con lunghe riprese statiche, senza mai tagliarle troppo, né troppo presto, durante il montaggio. Ogni tanto una panoramica, magari uno zoom, accentuano ciò che è stato detto – o ciò che resta di non detto. Dopo i primi incontri, Gam-hee incontra un’altra donna in un cinema.

Questo incontro è più carico di dolori del passato rispetto ai due precedenti. Si accenna a un dramma, delle scuse sono nell’aria, le mani delle donne si toccano.

Decidendo di restare radicalmente sulla superficie, Hong lascia allo spettatore il compito, il piacere e la bellezza di intuire mondi interiori, dietro ogni frase, non importa quanto banale, affiora una decisione, con le cui conseguenze il personaggio sta attualmente vivendo. Gli uomini sono degradati a puro argomento di conversazione in questo film di donne.

In una delle scene più belle, una vicina suona il campanello di Young-soon e si lamenta perché lei e il suo compagno danno da mangiare a un gatto randagio. Il risultato è un dialogo quasi filosofico sul rapporto tra uomo e animale, in cui il gatto stesso ha l’ultima parola alla fine – in una scena che è allo stesso tempo scherzo spettacolare e sublime momento cinematografico.

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