The Staircase – Una morte sospetta

A distanza di vent'anni dal suo tragico inizio, il caso Michael Peterson non smette di suscitare scalpore. True crime drama di ottima fattura con gli splendidi Colin Firth e Toni Collette. Su Sky e NOW

8 Agosto 2022
3,5/5
The Staircase – Una morte sospetta

È una sera di dicembre del 2001 quando la vita del romanziere Michael Peterson (Colin Firth) viene stravolta per sempre dalla morte improvvisa di sua moglie Kathleen (Toni Collette). Michael la trova a terra, scomposta e sanguinante in fondo alle scale interne di casa, muore in pochi minuti tra le sue braccia. Ma è davvero caduta dalle scale? È stato soltanto un tragico incidente? Ad avere dei dubbi sono fin da subito le forze dell’ordine, che accusano Michael di omicidio. Eppure lui sostiene che non avrebbe mai fatto del male a Kathleen.

La miniserie è ispirata a una storia realmente accaduta nel 2001 negli Stati Uniti (precisamente a Durham, in North Carolina) dove il “caso Michael Peterson” è ben noto, anche grazie alla docuserie francese creata da Jean-Xavier de Lestrade. Girato in tempo reale durante i lunghi anni trascorsi tra processi e tribunale, nonché fonte di ispirazione della serie stessa, anche il documentario si intitola The Staircase ed è da noi disponibile su Netflix.

Correttamente catalogato come “true crime drama”, The Staircase lascia addosso la forte sensazione di assistere soprattutto a un melodrammone familiare. Batte infatti la stessa strada del cosiddetto grande romanzo americano, capace di trasformare in saga il focolare domestico e mettendo contemporaneamente a nudo le contraddizioni insite nella società statunitense. La parte crime, pur essendo motore e centro pulsante della storia, potrebbe essere addirittura sfilata via e il prodotto finale non perderebbe interesse. Con questo non si intende che la narrazione relativa alla morte di Kathleen e le lunghe indagini a seguire abbiano poco mordente, tutt’altro. È che allo stesso tempo questa miniserie consta anche di un’analisi implacabile di diversi processi sociali, alcuni interni al nucleo familiare e altri con un raggio più ampio.

Raccontare quel che accade ai Peterson dopo il tragico avvenimento è un po’ come narrare cosa potrebbe succedere nell’America del post capitalismo, dove anche una famiglia molto benestante va a gambe all’aria in un attimo per una vicenda imprevedibile. I Peterson sono una famiglia numerosa, spendono tantissimi soldi che guadagna principalmente lei in una multinazionale mentre lui arranca nella sua carriera di scrittore, e fa ben peggio quando tenta la via della politica. L’argomento denaro è presente nelle conversazioni come nelle discussioni della coppia, ma c’è un rifiuto, da parte di Michael, a immaginare che la sua bella villa con piscina o che gli studi prestigiosi dei figli possano sparire dalla sua quotidianità. Nella realtà, Kathleen Peterson guadagnava minimo centocinquantamila dollari l’anno, ma anche le grandissime società possono fallire, o avere problemi. Qui siamo qualche anno prima della grande crisi del 2008, eppure non possiamo essere sicuri, ci viene suggerito, che non potesse accadere. Lo spettro della recessione economica della famiglia è una traccia che scorre tra gli episodi dall’inizio, fin da quando per la prima volta la coppia affronta la ristrutturazione della casa o l’oziosità di uno o più figli come un problema reale di soldi e non come un banale argomento di conversazione.

Non vi è altro di cui parlare o scrivere se non la famiglia, sosteneva Richard Yates. Come i coniugi narrati proprio da lui in Revolutionary Road, anche Michael e Kathleen sognano una nuova vita a Parigi, un buen retiro dove immaginano di trovare se non la felicità, almeno la serenità.

Al centro della storia troviamo dunque il patriarca Michael e la sua ampia e multiforme famiglia, composta da cinque figli, ex mogli, un amorevole fratello, cognate, bambinaie del passato e perfino un vicino di casa accudente e affettuoso come un carissimo parente. Orientarsi nella genealogia (chi è figlio di chi, per dirla in breve) non appare come un’urgenza narrativa, tutt’altro. Il creatore e regista della serie Antonio Campos (Le strade del male, Christine) è anzi intenzionato a mostrarci inizialmente un nucleo abbastanza compatto, che si riunisce quasi sempre gioiosamente ormai soltanto per feste comandate e compleanni, con rituali propri che vengono presi più o meno sul serio, come il grosso calice che si scambiano alla fine dei pasti tra frasi motivazionali e risate neanche troppo sotto i baffi.

Una grande famiglia che, man mano che la narrazione avanza, vediamo sempre più da vicino, intuendone problemi sopiti, rivalità neanche troppo sotterranee e segreti, parecchi segreti inconfessati. Dietro alla facciata linda e pinta possono nascondersi realtà impensabili: forse Kathleen è troppo stanca del suo super lavoro, forse le tre sorelle non sono poi così unite tra loro, forse l’antagonismo tra i due fratelli ha radici diverse rispetto a una prima occhiata, forse Michael non è la persona che tutti pensano sia. È dunque possibile che abbia ucciso sua moglie?

A donare mille e più sfumature al personaggio protagonista ci pensa il talentuoso Colin Firth, convincente sia come marito premuroso che come papabile killer; a volte si lascia prendere la mano e gigioneggia un po’, riuscendo però incredibilmente a restare in parte. Altra conferma è la splendida Toni Collette, che porta a casa a mani basse un ruolo non facilissimo. Pur morendo nel primo episodio della serie, la sua Kathleen è sempre presente grazie ai flashback che la mostrano viva in svariati momenti precedenti al fattaccio. Parker Posey (Tales of the Walking Dead, Lost in Space) è una credibile Freda Black, la procuratrice che accusa Michael Peterson di omicidio, mentre Michael Stuhlbarg è David Rudolf, l’avvocato difensore. Nel ricco cast, che comprende anche Juliette Binoche, troviamo molti nomi interessanti, quali Sophie Turner, Odessa Young, Patrick Schwarzenegger e Dane DeHaan.

Come accennato The Staircase prende ispirazione dalla realtà dei fatti e anche dall’omonima docuserie francese, già vincitrice di un Peabody Award nel 2005. Antonio Campos ha avuto modo di visionare anche molti materiali non utilizzati e di conoscere regista e montatrice del documentario, ma quando de Lestrade ha visto la serie ha dichiarato in un’intervista che si è sentito tradito dal risultato finale, che secondo lui non racconta come realmente si siano svolti alcuni avvenimenti. A distanza di vent’anni dal suo tragico inizio, il caso Michael Peterson non smette di suscitare scalpore.

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