La musica può aprire un varco verso un’altra dimensione, come pensavano i Doors, ma può anche essere un portale per l’incubo e l’abisso. The Nameless Ballad, il nuovo horror di Federico Zampaglione sceneggiato con la curatrice di Dylan Dog Barbara Baraldi, si apre in bianco e nero mostrando una donna e una scena enigmatica, poi piomba nel colore e inquadra, appunto, un musicista. È Sam Gallo, interpretato da Jamie Ward, che si esibisce in un concerto rock e congeda i fan, per un periodo sparirà dalle scene.

Il ragazzo, un giovane inglese di origine italiana, sta attraversando una grave crisi creativa ed è spesso strafatto di pillole, quindi ripara proprio in Italia, in una villa isolata per stare solo con se stesso, il cane Elvis e la chitarra, unico modo per ritrovare ispirazione. Viene cercato da due persone: la fidanzata Tania, l’affascinante Alana Boden, e il produttore Paul (Seumas Sargent) che lo pressa perché deve consegnare una canzone appena possibile. Sui social già si dice che Sam Gallo sia solo una meteora…

In questo scenario, nello spazio chiuso, c’è un pianoforte che non si può usare. E interviene uno strano ritrovamento, portato dal fiuto canino: un antico diario che apparteneva a tale Imma Rubino, risalente all’inizio del Novecento, e che contiene una chiave per aprire il piano. L’autrice racconta l’ossessione divorante per la musica, all’epoca impensabile per una donna, che doveva dedicarsi alla casa e ai figli, e in particolare la fissazione inquietante per una melodia che risuona nella testa, una ballata senza nome iniziata e mai finita. La musica per Imma è il miele del diavolo, ciò che distrae dalle faccende domestiche e fa perdere di vista i figli fino alla tragedia.

A questo punto la storia scivola sinuosamente nell’horror gotico: tanto era gore The Well, la prova precedente di Zampaglione, quanto è spettrale e metafisico The Nameless Ballad, dove non scorre quasi una goccia di sangue. Quasi. Ma accade altro: mentre cerca il bandolo della musica Sam viene gradualmente sconvolto da visioni, in particolare di una donna e due bambini. L’atto di aprire e usare il pianoforte segna l’istante dell’evocazione e il fantasma non riconciliato sorge, tormentando il musicista in crisi nella nostra dimensione. La situazione si complica quando Sam e Tania su quel pianoforte consumano perfino un rapporto sessuale, tra carne viva e cadaverica, tra passione e necrofilia nella sequenza più potente del racconto.

Il fantasma di Imma Rubino dunque reclama qualcosa, la sua storia si forma gradualmente ma non andiamo oltre. Il punto sta tutto nell’atmosfera: tra incubi e deliri, colore e bianco e nero, musica e silenzio, per Sam il tessuto della realtà si fa sempre più incerto e diventa molle il confine tra le dimensioni. Il film è una ballata sulla crisi e sull’incompletezza: la ragazza di Sam sente di non essere amata abbastanza, così come l’artista sconta il blocco creativo e non può fare musica, e così ancora lo spettro non trova pace per la sua tragica fine. Nessun cerchio è chiuso, anzi il reale si apre alla possibilità dell’ignoto dietro un passaggio segreto, il non finito e non riconciliato avvolge l’atmosfera.

Così Zampaglione gira la sua ghost story: in un continuo gesto d’amore per il cinema di genere italiano, il regista e cantante dei Tiromancino sta attraversando tutti i cieli dell’orrore, dallo splatter ai fantasmi, dall’esplicito allo spiritico. Stavolta guarda ai classici di Mario Bava e Antonio Margheriti, a Operazione paura e Danza macabra, ma non va dimenticata la potenza devastante della musica che resta centrale. Il congegno del film è una melodia che emerge dal passato e ti entra nella testa fino a uccidere. Non c’è un film così oggi in Italia, nessun altro gira un gotico musicale angosciante e a tratti spaventoso. E non è un caso lo faccia proprio un musicista, usando una ballata come chiave d’ingresso al soprannaturale e una melodia come richiamo dei fantasmi.