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The Mortuary Assistant
Il sottogenere autoptico è uno degli infiniti rivoli dell’horror, capace di regalare anche soddisfazioni: rivedere titolo di esempio Autopsy di André Øvredal, che conduceva il gioco in modo spaventoso e tenace. Questo non accade, purtroppo, per The Mortuary Assistant diretto dal carneade Jeremiah Kipp, in sala dal 3 settembre.
Trasposizione dell’omonimo videogioco di Brian Clarke del 2022, ormai diventato cult, ne ricalca la dimensione di survival horror, nel senso che c’è una giovane che deve sopravvivere una notte all’obitorio. Lei è Rebecca Owens (Willa Holland), una ragazza problematica con un passato di dipendenze che frequenta ora i narcotici anonimi; per ricostruirsi la vita ha completato gli studi scientifici e viene presa come tirocinante alla clinica funebre River Fields Mortuary, guidata dal titolare Raymond (Paul Sparks), uno che rivela ambiguità dal primo fotogramma e poi andrà sempre peggio.


The Mortuary Assistant
Il film si apre con un’autopsia, ovviamente: una mano ferma prende a sezionare un cadavere mentre scorrono i titoli di testa. Sulla carta, dunque, non c’è niente di strano nel lavoro proposto a Rebecca, a patto di reggere l’atmosfera macabra e sostenere il contatto con la carne. E non sembrano importanti le strane emicranie che colpiscono la ragazza, appena comincia ad operare nella clinica.
L’innesco del racconto arriva quando spunta la fatidica notte. La ragazza sarebbe libera, ma viene convocata urgentemente dopo mezzanotte: sono arrivati dei corpi da preparare e il capo non può occuparsene, ecco che viene chiamata a coprire il turno di notte da sola. La fragilità femminile, la solitudine, lo sfondo dell’obitorio si danno consesso per allestire un umore sempre più inquietante.


The Mortuary Assistant
Ed è qui che interviene l’elemento paranormale, piombando la storia nell’horror: quella che vediamo non è una normale clinica, perché i cadaveri che giungono sono posseduti da demoni, e la pratica di preparazione e imbalsamazione serve proprio a neutralizzare le entità maligne. Lo sa bene Raymond, che da anni svolge il ruolo di “custode”, ne è ignara Rebecca che lo scoprirà sulla sua pelle. Di più: la stessa donna è al centro di una possessione demoniaca, ossia un demone vuole prenderla a sé, c’è un rituale preciso per impedirlo che va eseguito prima dell’alba.
The Mortuary Assistant coniuga l’horror autoptico al tema della possessione, generando un ibrido: non è un autoptico puro ma diviene presto un possession movie ambientato in un obitorio. La donna conosce un’escalation fatta di deliri e allucinazioni, che attingono a piene mani dal passato difficile, tra cui la più rilevante porta al brutale omicidio della sua tutor Kelly, che viene estinta a colpi di cavatappi nella sequenza migliore del film.


The Mortuary Assistant
Per il resto, l’operazione adotta i codici dell’horror americano commerciale tra jumpscare, decibel alti, demoni previsti ed effetti digitali ampiamente frequentati – gli invasati hanno volti deformi e occhi verdi. Il percorso nell’arco di novanta minuti porta non solo alla sopravvivenza della protagonista, ma anche alla sua presa di coscienza; varcata la soglia non si torna indietro, Rebecca continuerà a vedere i demoni ed esorcizzarli nella clinica. Diventa davvero assistente del guardiano, come Rupert Everett vegliava sui ritornanti nel cimitero di Dellamorte Dellamore. Slittando dagli zombie alla possessione, il concetto è simile.
Peccato che il film metta subito il pilota automatico adagiandosi sulle immagini più banali, come la dialettica tra luce e buio della morgue, le creature che escono dall’oscurità, i rumori e gli spaventi improvvisi. Non è un elevated horror, e non c’è niente di male, ma si può affrontare solo coi pop-corn in mano senza pensare a niente. Il pensiero eventuale, del resto, è nostro e non del film.
