The Maiden

L'esordiente Foy ragiona per immagini e rincorre suoni per costruire un racconto di formazione poetico, tra realtà e paranormale. Non convince del tutto ma affascina. Alle Giornate degli Autori

6 Settembre 2022
3/5
The Maiden

Opera prima del trentacinquenne canadese Graham Foy, The Maiden (presentato alle Giornate degli Autori a Venezia) rivela lo sguardo intenso di un regista che ragiona per immagini, cerca nei suoni una possibilità di comprensione del reale e sembra quasi a disagio laddove si trova a dare voce ai suoi personaggi disagiati.

Si sente il riverbero di un’adolescenza vissuta a contatto con la natura e con le sue minacce, nella solitudine di estati trascorse alla periferia del capitale, nell’orizzonte limitato di una comunità che ai suoi giovani poteva promettere soltanto la reiterazione di qualcosa di già sperimentato piuttosto che l’ipotesi di nuove speranze.

Nei fatti, un racconto di formazione che ha la sua scintilla nel trauma più potente. Prima vediamo Colton e Kyle nel fiume, la noia della stagione più pigra si mischia con gli scambi dei sogni e con le bombolette spray disegnano ingenue trasgressioni verso la gola. E poi Whitney, che esplora quella gola e cerca conforto scrivendo e disegnando sul suo diario, che però, una volta abbandonata dalla sua migliore amica, scompare.

The Maiden racconta l’irruzione della morte nella bellezza della natura, la scoperta della propria vulnerabilità all’apice della certezza di essere eterni, l’impossibilità di andare avanti come se niente fosse accaduto. E c’è il diario di Whitney, che svela una realtà altra, una cosmologia alternativa, la possibilità di ritrovarsi in uno spazio ultraterreno per ricongiungersi.

È un’operazione spericolata, quella di Foy, che chiede allo spettatore di seguire un flusso poetico in cui convivono la scuola e l’aldilà, il sangue procurato da una ferita fatale e il vento tra i capelli di un corpo che forse non è tale. Con il fiume e i suoi luoghi a costruire una mitologia della formazione e un repertorio musicale chiamato a rinsaldare un legame con un immaginario, da riappropriarsi per portarlo altrove così da dargli nuova vita (Dear Heart di Henry Mancini, Last Night The Moon Came di Jon Hassell, The Final Countdown degli Europe).

La convivenza tra dimensione reale e componente paranormale non sempre convince e il passo qua e là procede con fatica, eppure, anche quando sembra abbandonarsi troppo a una teoria di virtuosismi estetizzanti e a certi schemi contemplativi un po’ convenzionali se non contorti, la visione di questo regista esordiente affascina e intriga.

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