In un angolino di una Dacca spiata di sguincio, c’è un salone di bellezza frequentato dall’alta borghesia della capitale bangladese. Qui mani e raffinati utensili percorrono su e giù, dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno, pelle e capelli di future spose da levigare con costosi trattamenti estetici. Un business di fabbrica-mogli il cui unico scopo è fare cosmesi del corpo femminile e delle sue scorie, una frontiera da addomesticare e conformare all’impeccabilità di un rituale sociale, il matrimonio, con cui demarcare lo status, con cui mettere uno steccato tra il civile e la barbarie, tra il qui dentro e il lì fuori. La giovanissima Zaineen (Zaineen Chowdhury Karim) però non ci sta: come Penelope di notte disfa la tela, così lei disfa il suo corpo.

The Difficult Bride, primo film di sempre proveniente dal Bangladesh nel concorso di Orizzonti a Venezia 83 e quarto lungometraggio scritto e diretto dalla regista Rubaiyat Hossain (il precedente, Made in Bangladesh, era transitato con premio al Torino Film Festival nel 2019), si incunea tra conscio e inconscio, tra cinema del represso e cinema dello spiritico, cucendo un interessante incontro tra l’infestazione demoniaca e le agitazioni di un’anima stretta e costretta.

Una delle estetiste del saloon ciarla infatti di una sposa a cui in passato “sono successe strane cose” durante le settimane di preparazione alla cerimonia. Cala il perturbante, si insinua il fantasma. Qualcosa inizia a strisciare sottopelle alla protagonista. Si gratta e si deturpa. Oppure è qualcosa che di notte la gratta e la deturpa? Hossain dissemina flash e visualizzazioni del viscido, della sfera animalesca, del ributtante. Zaineen sente qualcosa premerle mentre tutti la comprimono: stai ferma, non togliere il sari, non andare in giro da sola, “non è sicuro là fuori”.

The Difficult Bride
The Difficult Bride

The Difficult Bride

Sforzo produttivo internazionale (nel progetto anche Francia, Portogallo, Norvegia e Germania, con il benestare pure del Prada Film Fund), a partire dai fuochi di ribellione della protagonista, che sgattaiola per le strade della città a procurarsi l’erba e ascolta musica sfrenata, Hossein tratteggia le coordinate di un body horror a basso voltaggio, come se qualcosa spingesse il corpo di Zaineen da fuori a dentro e non viceversa. Lo cala sul film con un discreto lavoro di composizione dell’immagine e con toni sospesi e quasi lo-fi, restando coerente alla sua grammatica di sfregamenti e gestualità corporee, rovesciando l’atto di cura e benessere nel segno opposto di strappi e scuciture.

Prova a collocarsi sul confine dei due mondi, tra quello dei ricchissimi e quello dei poveracci che per decoro non si devono manco vedere, figuriamoci a camminarci nel mezzo. Insiste indubbiamente un po’ troppo sulla ripetizione simbolica, si lascia andare a qualche sottolineatura (“Non una donna, ma qualcosa di carnale e affamato”).

L’idea è in fondo chiara dall’istante uno – il patibolo dell’istituzione matrimonio e il controllo coatto sul femminile in una società irrisolta sul tema e attraversata da profondi divari economici e sociali – e The Difficult Bride la diluisce, senza particolari evoluzioni riflessive, per tutta la sua durata, che in ogni caso ha il grande buonsenso di assestarsi sull’ora e venti. Il pregio è nella forma e nella postura, nella commistione di un sovrannaturale nel solco di una sorellanza oltre il velo della vita e la ponderazione psicologica, così come nella precisa e sanguigna lettura del personaggio da parte di Karim.