The Dead Don’t Die

Dopo i vampiri, Jim Jarmusch rilegge lo zombie-movie a modo suo. Divertissement che sa di chiusura di un cerchio, per aprire (in Concorso) Cannes 2019

15 Maggio 2019
3/5
The Dead Don’t Die

“Andrà a finire male”. L’agente Peterson (Adam Driver) lo intuisce (a dire il vero lo sa proprio, “ho letto il copione per intero”…) dall’inizio del film.

Nella tranquilla (immaginaria) cittadina di Centerville, qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti.

Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: i morti non muoiono, escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo i vampiri del meraviglioso Solo gli amanti sopravvivono, Jim Jarmusch rilegge a modo suo lo zombie-movie.

Non dimentica di omaggiare – ovviamente – il nume tutelare George A. Romero ma neanche si preoccupa di snaturare troppo il fil rouge della sua stessa filmografia, partendo da un (grande) cast di aficionados capeggiati da Bill Murray (è lo sceriffo Robertson), passando per Tilda Swinton (la nuova, strana titolare delle onoranze funebri) fino ad arrivare ai soliti Tom Waits (è l’uomo dei boschi, nonché narratore conclusivo del racconto), Iggy Pop (il primo zombie a riemergere dalle viscere), lo stesso Adam Driver (che nel precedente, bellissimo film di Jarmusch era Paterson, mentre qui è Peterson), poi Danny Glover, Steve Buscemi, Selena Gomez e Chloë Sevigny (l’altra poliziotta del film).

Flemmatico (al solito) nei ritmi, umorismo dell’assurdo, metacinema che ha il sapore di un saluto (“A me ha fatto leggere solo le parti del mio personaggio. Dopo tutto quello che ho fatto per lui…”, risponde Bill Murray ad Adam Driver verso la fine del film), Jarmusch sposta il centro del mondo (Centerville…) in una cittadina di poche anime, declina le attuali tare dell’umanità in chiave horror-comedy (se il supermarket degli zombi romeriani era metafora del consumismo, i non morti di Jarmusch si risvegliano ognuno con i propri desideri: “Coffee”, “Wi-fi”, “Chardonnay”, “Toys”, “Tools”…), coinvolgendo il cantautore country Sturgill Simpson (sua la canzone eponima che accompagna diegeticamente l’intero corso del film) e rimandando letteralmente tra i suoi simili l’aliena Tilda Swinton, personaggio – il suo – che muove ovviamente i fili di tutta la vicenda.

Non sarà certo annoverata tra le opere migliori di Jarmusch, ma crediamo possa essere un domani ricordata come quella che ha chiuso un cerchio. D’altronde i morti non muoiono, ma torneranno sicuramente sotto altre forme.

 

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