The Burnt Orange Heresy

Giuseppe Capotondi chiude (Fuori Concorso) Venezia 76. Con un noir sofisticato, gioco di incastri ricco di simboli e Mike Jagger collezionista d'arte

7 Settembre 2019
3/5
The Burnt Orange Heresy
The Burnt Orange Heresy - Claes Bang and Elizabeth Debiki (Credits Jose Haro)

Il potere della critica, quello che ormai non c’è più. In The Burnt Orange Heresy però per un attimo torna a vivere. Viene descritto come il ponte tra l’opera e il pubblico. Il regista Giuseppe Capotondi ne esalta anche la capacità di creare immaginari, e allo stesso tempo di fuorviare. L’analisi, la cultura, e poi la capacità retorica sono un mix letale per mescolare realtà e finzione. Fino alla menzogna.

Qui siamo nel mondo dell’arte, non del cinema. E non a caso il protagonista è Claes Bang, il mattatore di The Square. Nel film di Ruben Östlund interpretava il curatore di un museo, e la The Square del titolo era un’installazione, un quadrato in cui “tutti hanno gli stessi valori e diritti”. Fuori regna il caos. Lo stesso quadrato c’è anche in The Burnt Orange Heresy.

La zona franca sono i quadri, dove esiste ancora la purezza, e non si è contaminati dalle follie del mondo esterno. Quindi la scelta dell’artista può diventare quella di sottrarre il suo talento, di non mostrarlo. Per non essere manipolato, travisato, esposto nelle gallerie per interesse altrui. “Perché gli antichi dipingevano nelle grotte? Forse per nascondere le loro opere”. È una questione di sguardo. Quello che non si vede conserva la sua magia, ciò che invece viene rivelato rischia di essere distrutto. L’unica via è abbattere, bruciare. Per alcuni è pazzia, per altri è l’unico modo per alimentare la leggenda.

The Burnt Orange Heresy è ricco di simboli, si presenta come un noir sofisticato. Gli esperti spiegano che le mosche nei dipinti rappresentano il male, la dannazione. E Capotondi le fa ronzare attorno ai suoi “cattivi”. Prima di svelare le sue carte, suggerisce già allo spettatore le prossime mosse. È un gioco di incastri, di grandi nomi che si sfiorano anche solo per poche sequenze.

 

Con Mick Jagger nei panni di un ricco collezionista senza scrupoli e Donald Sutherland che presta il volto a un misterioso “pittore”. È interessante vedere come questa Mostra di Venezia abbia scelto, per l’apertura e la chiusura, due vicende che si interrogano sulla verità. La Vérité appunto, dove la memoria aveva un ruolo centrale. E The Burnt Orange Heresy, dove ci si sposta sul presente e si lascia la propria “impronta digitale” sulla Storia.

Basta un gesto, un tratto, per consegnare ai posteri la propria eredità (artistica, s’intende). Anche qui si torna sull’importanza del ricordo, come ne La Vérité. Con però l’attenzione che si sposta verso il futuro, sul segno che si lascerà per le generazioni a venire. Un brivido di genere, più maturo de La doppia ora (anche se a tratti un po’ verboso), in una Milano che sembra la New York d’Italia.

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