C’è un’immagine che riassume l’esordio cinematografico di Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico: dei birilli giganti, alti nove metri, che svettano tra i monumenti di Roma. Non è fantascienza, ma un’idea di marketing legata a Strike – Figli di un’era sbagliata, opera prima presentata al 43° Torino Film Festival.

Diretto a sei mani, è una commedia che esplora un tema caldo legato al contemporaneo: quello delle dipendenze giovanili. Il racconto si dipana durante un’estate torrida, in un tempo sospeso. Al centro della storia ci sono tre giovani che, per ragioni diverse, gravitano attorno al Ser.D. (Servizio per le Dipendenze Patologiche). Dante è un laureando in psicologia goffo e insicuro, schiacciato da un padre ingombrante. Pietro è un neodiplomato costretto a controlli periodici dopo essere stato trovato in possesso di marijuana. Tiziano è il "duro" del gruppo, anche lui con un passato burrascoso, e nasconde fragilità profonde.

In questo non-luogo, i tre imparano a conoscersi tra sigarette condivise e sedute terapeutiche condotte da personaggi surreali, come il prof. Zannetti, un Massimo Ceccherini che riceve i pazienti tra un bombolone e l'altro, e la dottoressa Marziani, con il volto di Matilde Gioli. Ma i camei sono tanti.

Ciò che distingue questo lavoro dai precedenti percorsi individuali dei tre autori, noti fin da giovanissimi come la compagnia Piccoli per Caso e cresciuti sotto l’ala di Massimiliano Bruno, è la capacità di trasportare la vivacità del palco in una struttura cinematografica solida. Se la loro cifra sul palcoscenico era basata sulla battuta pronta e il ritmo serrato, qui optano per una regia che lascia ampio spazio all'improvvisazione e alla verità dei piccoli gesti.

Rispetto ai loro corti o sketch precedenti, Strike – Figli di un’era sbagliata mostra una maturità diversa nel gestire i silenzi e l'atmosfera dilatata della provincia marchigiana, trasformandola in una metafora dell'attesa di una generazione. Il vero valore aggiunto del film risiede nell'onestà dello sguardo. Non c'è moralismo, a spiccare è la durezza di ogni giorno.

L'alchimia fra i tre protagonisti (amici nella vita reale dalle elementari) è palpabile, e conferisce a Strike un’autenticità non scontata. Strike – Figli di un’era sbagliata è sincero nel rappresentare la vulnerabilità come forma di resistenza. In un’epoca che ci vuole “performanti” a ogni costo, Berti, Nasta e Tricarico ricordano che, a volte, fare "strike" significa semplicemente avere il coraggio di ammettere che da soli non ci si salva.