Il caso Spotlight

La Chiesa di Boston e lo scandalo pedofilia nella più scottante inchiesta giornalistica degli ultimi 20 anni. Alla quale il film di McCarthy rende giustizia

17 febbraio 2016
4/5
Il caso Spotlight

Ci sono storie che hanno solo bisogno di qualcuno che le racconti. Senza giri di parole, senza orpelli. E fatti che vanno rivelati senza altro fine se non quello derivante da un’intima e insopprimibile necessità morale. E’ il perimetro deontologico del miglior giornalismo investigativo. Esso segna un confine netto – dentro l’essenziale e il resto fuori – che immerge il mondo in un cono di luce nuovo, gli dà una forma, una logica e un senso, strappandolo all’ignoto e al caos. Far vedere e far capire. Il buon cinema d’inchiesta non è diverso.

C’è una connessione profonda tra il lavoro fatto dal team investigativo del Boston Globe – il gruppo Spotlight (“Illuminazione”) – e quello di Thomas McCarthy nel film, che va al di là della fedeltà ai fatti e riguarda proprio la verità al servizio dell’etica (non il contrario!). Gli autori dell’inchiesta da Pulitzer che svelò i numerosi casi di pedofilia nella chiesa locale e la ragnatela di complicità morali dentro e fuori il Vaticano, non cercano gloria per sé stessi, non vogliono vendere più copie inseguendo lo scandalo, non ricamano sul tessuto zozzo dei fatti, ma vogliono solo vederci chiaro e far vedere, capire e far capire. Perché i crimini, una volta spogliati del velo dell’ignoranza, possano cessare. E il male affrontato.

Ugualmente, non vediamo nulla di morboso in Spotlight se non la curiosità e la determinazione morale all’opera di un manipolo di operatori dell’informazione, quattro fantastici giornalisti la cui fede nella bontà della propria professione supera ogni altro interesse e scrupolo (dopotutto lavorano per un quotidiano i cui lettori sono per il 53% cattolici). Il film resoconta senza fronzoli i vari passi dell’inchiesta, scartocciando tra vecchi faldoni, documenti secretati, confessioni a mezza bocca e omertosi sorrisi, senza tralasciare né romanzare nulla. Ci ricorda che questo mestiere ha ancora padri nobili e principi non negoziabili, non sostituibili con la fasulla pervasività di internet.
Sposa l’assoluta trasparenza della messa in scena, nascondendo la macchina da presa e asciugando la recitazione (di grandi attori come Michael Keaton , Mark Ruffalo, Rachel  McAdams, Liev Schreiber e Stanley Tucci) per non distrarre e far meglio risaltare i fatti.

Come un puzzle, il film mette insieme i vari tasselli con un rigore e una chiarezza esemplari, che conquistano e tengono incollati alla poltrona per più di due ore. Alimentando il racconto non con la suspense ma mantenendolo ancorato a un basso continuo emotivo perfettamente racchiuso in un giro di piano.
Perché, a differenza di uno shock, la verità è senza picchi ma dura infinitamente di più.
Non abbassate la guardia.

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