Sorelle mai

Fuori Concorso l'album di famiglia Bellocchio: tra passato e presente, personalissimo e struggente, il piccolo film di un grande maestro

7 Settembre 2010
4/5
Sorelle mai
Sorelle mai

Bobbio 1999-2008: spaccato intimista di una famiglia borghese. Tre generazioni a confronto: due ottuagenarie (Letizia e Maria Luisa Bellocchio), attaccate alla terra come il polipo allo scoglio, che parlano una diversa lingua, appartengono a un’altra Italia; il nipote Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), che va e viene dal paese, dalle zie si rifugia, da loro sguscia, sogna di fare l’attore, sbaglia amori, affari, coccola la piccola Elena (Elena Bellocchio), figlia di Sara; e Sara (Donatella Finocchiaro), sorella di Giorgio, transfuga a Milano, carriera d’attrice anche lei, non una cattiva madre ma una mamma assente sì, vende la sua parte di casa ed è la prima a tagliare di netto con le origini. In mezzo calore umano e muri, ansie e inquietudini e rabbiosi trionfi, in questo Buddenbrook all’emiliana che Bellocchio ha realizzato con i corsisti di “Fare Cinema”, molta sensibilità e pochi (pochissimi) euro.
Sei episodi in sei anni (dal ’99 si passa direttamente al 2004, e poi anno per anno fino al 2008), per cogliere il lento sfibrarsi di un mondo antico, abbarbicato sulle valli del Monte Penice e le sue tradizioni, legno invecchiato di un fragile albero di famiglia, i cui rami toccano pure chi per nascita non vi appartiene – la maestrina Alba Rohrwacher, nell’episodio più avulso, meno riuscito; l’amministratore Gianni (splendido Schicchi Gabrieli), simbolo della comunità, epifania del suo dissolvimento. Un film di equilibri incerti, di mestiere e d’improvvisazione, estivo e notturno, leggero e crepuscolare, sospeso tra passato (gli inserti da I pugni in tasca, ovvero l’indomito spirito di ribellione) e presente (perfetto il digitale nel dare corpo, grana e colore al tramonto delle illusioni, al momento del raccoglimento), desiderio di fuga e paura di perdersi. Pervaso da una struggente, malinconia. Personale, anzi autobiografico, intessuto dei temi cari al regista – la maternità, la religione, il confronto con le proprie radici, il rapporto tra arte e vita. Non un’opera minore, ma il piccolo film di un grande maestro.

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