Snowpiercer

Era glaciale, estetica steampunk, arche bibliche e spettacolo: il treno di Bong Joon-Ho trasporta di tutto, Fuori concorso

8 Novembre 2013
4/5
Snowpiercer
Snowpiercer

Sulla genesi di Snowpiercer esiste un aneddoto che fa capire tante cose.
E’ il 2004 e Bong Joon-Ho, la cui esplosione nel panorama internazionale non è ancora avvenuta (il suo film di maggior successo, The Host, era allora in pre-produzione), fa visita alla sua fumetteria di fiducia di Seoul. Lì s’imbatte in un comic dalla copertina accattivante, Le Transperceneige, realizzato dai francesi Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand. Il filmaker coreano inizia a sfogliarlo e finisce per leggere l’intera serie, rimanendo per tutto il tempo in piedi davanti allo scaffale.
Ci sono storie che non stancano mai. E quelle che, dal fumetto, sono passate quasi dieci anni dopo nel film di Bong – prima ottima cartuccia sparata fuori concorso da Roma 2013 – continuano ad appassionarci, senza usura, dalla notte dei tempi. Raccontano di ere glaciali e di estinzioni, di giudizi universali e di arche della salvezza, di ardori prometeici e mefistofeliche cadute, di oppressori impietosi e di schiavi in rivolta, di superbi autocrati e di condottieri divini. Storie di dolore e di salvezza, che stanno tutte lì, stipate e adeguatamente camuffate nel portentoso e visionario treno lanciato a folle velocità da Bong.
La locomotiva – l’Arca sferragliante viene ribattezzata, perché non ci siano dubbi sulla sua carrozzeria simbolica – gira in tondo, anno dopo anno. Il film invece conquista, ci porta via, più là, lontano. Non troppo: è il 2014, il surriscaldamento globale minaccia il pianeta, ma l’uomo tecnico ne inventa un’altra delle sue, un agente chimico capace di refrigerare l’atmosfera. Funziona tanto da provocare a stretto giro di lancetta una nuova glaciazione. Si salvi chi può! Pochi a dire il vero, ovvero i fortunati che hanno staccato il biglietto per un posto nel mirabolante treno (sembra il Galaxy Express di un noto cartoon) progettato da un ingegnere vanaglorioso e lungimirante, una macchina capace di autoalimentarsi e garantire la sopravvivenza dei suoi ospiti. Passano 17 anni e il treno (feticcio ferroso del primo liberismo industriale) è ancora lì, in corsa intorno al pianeta, ma ora assomiglia più al Titanic con la sua architettura da Capitale e le temibili divisioni tra prima, seconda e terza classe. Quest’ultima è più simile a un’orda dei dannati, con migliaia di uomini e donne stipate in pochi metri quadrati, condizioni igieniche da lebbrosario di Calcutta e menù fisso, ogni giorno budino di scarafaggi. Può bastare così, la rivolta serpeggia, e gli oppressi hanno già incoronato il loro Mosè (guidato a sua volta da misteriosi “pizzini” suggeritori), che dovrà condurli per perigli e gironi infernali fino alla testa della vettura, là dove solo è possibile invertire, pardon sovvertire, la rotta.
Come detto, Bong Joon-Ho carica il suo “giocattolone” steampunk di una serie di rimandi intertestuali, tra allusioni bibliche, reminiscenze mitiche, ed enciclopedia varia. Ne viene fuori uno dei film di fantascienza più ambiziosi degli ultimi anni, un predestinato al cult, in cui ingranaggi filosofici e bulloni narrativi s’incastrano alla perfezione, offrendoci un intrigante e spassosa carrozza-mondo, con vista apocalisse, moto dialettico e ruote piantate sui binari dello spettacolo. Stuzzica i cinefili anche la possibile esegesi meta-testuale (la macchina è il cinema, ça va sans dire) in un dispositivo da smontare e rimontare, visione dopo visione.
Ottima la confezione (dalle suggestive scenografie di Nekvasil alla fotografia di Hong Kyung-pyo, senza dimenticare la potente colonna sonora firmata da Marco Beltrami), saporito il contenuto (c’è tanto il sale della violenza quanto il pepe dell’ironia), almeno due sequenze memorabili (la scoperta del sushi e l’indottrinamento degli infanti) e un cast in cui, più di Chris Evans (fiacco come eroe), restano nella memoria i villain: Ed Harris, il deus ex machina diabolico e incontrovertibile, e Tilda Swinton, l’improbabile mastino del capo, minacciosa come un’insegnante di matematica vecchia e bacucca. Ottimi gli apporti anche di John Hurt, Jamie Bell, Octavia Spencer e della coppia asiatica Song Kang-ho/ Go Ah-sung. Un ensamble multirazziale, specchietto di un utopico melting pot e cartina di tornasole delle ambizioni commerciali dell’operazione: Snowpiercer, ad oggi il film più costoso mai realizzato in Corea (38 milioni di dollari di budget), cerca la via della sete del mercato americano.
I Weinstein hanno abboccato ma premono per un taglio del minutaggio (la versione integrale dura 126′), Bong Joon-Ho si oppone. Facciamo il tifo per lui.

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