Smetto quando voglio – Masterclass

Pur campando di rendita, il sequel conferma il senso innato di Sibilia per la commedia regalandoci almeno due gag irresistibili

30 Gennaio 2017
3/5
Smetto quando voglio – Masterclass
Smetto quando voglio - Masterclass

Due anni fa l’esordio di Sydney Sibilia era stato accolto con toni entusiastici dalla critica (più pacati quelli del pubblico e 4 milioni di score finale al botteghino), bagnato da una pioggia di nomination (12 ai David) e salutato da paragoni lusinghieri e pericolosi (I soliti ignoti). Normale dunque che intorno al sequel – anzi, ai sequel: Sibilia ha girato i capitoli 2 e 3 contemporaneamente (Smetto quando voglio – Ad honorem sarà l’ultimo atto) – ci fosse molta attesa.
Ebbene, Smetto quando voglio – Masterclass vive per lo più di rendita, parco di novità e di coraggio, ma conferma l’innato senso della comicità del suo autore.

Stavolta la banda dei professori – il neurobiologo (Edoardo Leo), il chimico (Stefano Fresi), gli esperti di semiotica ed epigrafia latina (Lorenzo Lavia e Valerio Aprea), l’archeologo (Paolo Calabresi), l’economista (Libero De Rienzo) e l’antropologo (Pietro Sermonti), più un avvocato specializzato in diritto canonico (Rosario Lisma) – dovrà lavorare in incognito per la Legge al fine di smantellare il redditizio traffico di smart drugs della Capitale, al cui vertice scopriremo esserci un altro “luminare” (Luigi Lo Cascio). La polizia, nella persona dell’ambiziosa ispettrice Paola Coletti (Greta Scarano), promette loro di rilasciarli a lavoro concluso, con la fedina penale pulita. Per realizzare l’impresa si affideranno alle prestazioni di due cervelli in fuga: un anatomista di stanza a Bangkok (Marco Bonini), che si guadagna da vivere con i combattimenti clandestini, e un laureato in ingegneria meccatronica (Giampaolo Morelli) che, non trovando nulla in Italia, si è trasferito a Lagos, Nigeria, per smerciare armi low cost ai signori della guerra.

Proprio le new entries sono il punto debole dell’operazione: aggiungono poco alla sgangherata task force di cervelloni togliendo semmai spazio ai suoi battitori liberi (ci riferiamo in particolare al personaggio di Stefano Fresi, più ai margini rispetto al precedente). Altri, come Greta Scarano, faticano ad entrare negli ingranaggi narrativi della saga. Che, come detto, ritrova la brillantezza di Sibilia sia alla scrittura (sceneggiatura firmata con Francesca Manieri e Luigi Di Capua) che dietro la macchina da presa, da dove il giovane regista salernitano trasforma alcune tipiche situazioni dell’action – l’inseguimento, l’assalto al treno – in gag comiche irresistibili.

Per il resto normale routine: se la fotografia acida, fluorescente, di Vladan Radovic è ormai il marchio di fabbrica visivo dell’operazione, i sottotesti sociali (arricchiti da cervelli in fuga e da uno Stato di cui non ci si può fidare…) confermano di essere più una trovata intelligente che il tentativo di riflettere seriamente sullo stato della  ricerca e della cultura in Italia. Non che sia un male: Sibilia sa che l’inadeguatezza conflittuale tra il personaggio e l’ambiente in cui è costretto a operare è congenita alla commedia, anche alla grande, e su questa dominante continua a lavorare con risultati più che soddisfacenti. Divertendosi a infarcire le stupefacenti avventure dei suoi prof criminali con omaggi e citazioni dal cinema americano dell’infanzia (Ghostbusters, Ritorno al futuro, I Goonies). E regalando allo spettatore quasi due ore di autentica spensieratezza. Che vale sempre il prezzo del biglietto.

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