Serre-moi fort

Il nuovo film diretto da Mathieu Amalric è una fiaba strappata all'incubo in odore di capolavoro: chiamate Gaumont, portatecelo in Italia

17 Settembre 2021
4,5/5
Serre-moi fort

Il miglior film del concorso di Cannes 2021 non era in concorso: Serre-moi fort di Mathieu Amalric è stato inopinatamente relegato nella neonata sezione Cannes Premiere. Avrebbe meritato la competizione perché la sesta prova dietro la macchina da presa dell’attore (Lo scafandro e la farfalla, Quantum of Solace e tanto cinema di qualità transalpino) è uno dei più ambiziosi, autoriali e dolenti film dell’anno. Insomma, qualcosa di molto vicino al grande estinto della Settima Arte ultima scorsa: il capolavoro.

È un’opera invero un po’ heideggeriana (Gelassenheit), sull’elaborazione del lutto quale “abbandono di/abbandono a” con Vicky Krieps (l’eccellente interprete lussemburghese scoperta da Il filo nascosto) che porta la croce e, insieme, ci delizia della sua apparente follia, ovvero del suo indicibile strazio, con la terragnità dolce, il pragmatismo lieve di cui è capace.

Non è film di cui si possa, si debba dire molto della trama. Libero adattamento della commedia Je reviens de loin di Claudine Galea, vanta la più bella linea di dialogo dell’anno, “Hai rotto mamma. Hai buttato via mamma”, che il di lei figlio intima al padre. Perché la madre, Clarisse (Krieps), se n’è andata, da casa, all’alba, gettando un ultimo sguardo sui bambini e il marito (Arieh Worthalter) addormentati: non ha scritto un biglietto, ha preferito dirlo, dirsi con una scatola di cereali messa in tavola. “Stai fuggendo?”, le chiede un’amica alla stazione di servizio: il mare, è la risposta.

Analessi, prolessi, incastri e dubbi, tanti dubbi e angosciosi su quel che stiamo vedendo, in ultima analisi su questo: se chi se ne va possa essere ricambiato, e come. Stringimi forte, come da titolo, ché il mondo, il suo e nostro mondo, si sgretola, e il disgelo non è salvezza, ma solo evidenza.

Dopo Tournée, La chambre bleue e Barbara, Amalric firma una fragile, lancinante spavalderia per immagini e suoni, chiedendo a fotografia (Christophe Beaucarne), montaggio (François Gédigier) e pianoforte (gli estimatori di Martha Argerich gradiranno) di seguirlo in un’avventura che dirozza, affina e affila l’elaborazione del lutto per via drammatica. Lo fa cinematograficamente con intenzioni umanissime ed esiti filosofici, prendendoci per mano e scaraventandoci per precipizi ineffabili, nascondigli di senso, epifanie sconvolgenti.

Mari, nevi, banconi del bar, esecuzioni al piano, (auto)erotismi e colazioni in memoriam, Serre-moi fort è una fiaba strappata all’incubo, anzi, il contrario: è un incubo affidato alla fiaba di una principessa in fuga, che beve, non si rassegna e gioca a specchio con la disgrazia. Se sono i migliori i primi ad andarsene, perché non ricambiare?

In anteprima nazionale al neonato festival di Villa Medici (Festival Film Villa Médicis), Serre-moi fort (Hold Me Tight) è prodotto da Les Films du Poisson e da Gaumont, che cura le vendite internazionali: è già inconsulto che non abbia trovato viatico per la Palma a Cannes, giacché è il miglior film francese – almeno – dell’anno, ora che qualcuno ce lo porti in Italia. Chiamate Gaumont, su.

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