Combattuti tra l’indulgente apprezzamento del nobile tentativo e l’irredimibile faciloneria del risultato, non ci resta che abbracciare il cammino del film a metà, ora incoraggiando, ora temendo quel ricominciare che il sottotitolo italiano promette.

La postura seria ne fa altra cosa rispetto al Quo Vado? zaloniano, avvicinandolo ai classici “walking movies” terapeutici, sulla scia di Wild, Tracks, The Way. Il Santiago di Yann Samuell introduce però una variante coercitiva: uno dei due camminatori non sceglie spontaneamente di partire.

Tratto dal libro Walk and Forge Your Life di Bernard Ollivier, il film inserisce infatti il viaggio all’interno di un dispositivo educativo e giudiziario. È un’alternativa alla detenzione. Fred, insegnante sospesa dal lavoro e in piena crisi personale, accetta di accompagnare Adam, adolescente problematico a rischio di carcere, lungo il Cammino di Santiago. Tre mesi di convivenza forzata trasformano lentamente diffidenza e conflitto in un rapporto di fiducia. Per entrambi, il viaggio diventa così l’occasione per fare i conti con le proprie ferite e immaginare un nuovo inizio.

Santiago - Un cammino per ricominciare, © 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution - France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions
Santiago - Un cammino per ricominciare, © 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution - France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions

Santiago - Un cammino per ricominciare, © 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution -  France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions

Ovviamente “ispirato a una storia vera”, nel senso che il programma è reale – il riferimento è all’associazione francese Seuil e alle cosiddette marches de rupture –, il libro di Bernard Ollivier è reale e reali sono le esperienze raccolte. Adam, invece, è un personaggio costruito da Samuell sulla base di quelle testimonianze.

Il che spiega la struttura fortemente archetipica del racconto, in cui due persone rotte, appartenenti a generazioni e mondi diversi, vengono costrette a condividere un percorso. All’inizio si respingono, poi imparano progressivamente a riconoscersi. Il viaggio esteriore diventa viaggio interiore. Il percorso è segnato da litigi, riconciliazioni, incontri. L’alternanza troppo meccanica tra conflitto e pacificazione finisce per neutralizzare parte dell’emozione. Il film possiede una reale dimensione sociale e un interesse per l’abbandono adolescenziale, ma abusa di coincidenze introdotte apposta per far procedere la storia e rischia a più riprese di deragliare nella pubblicità turistica.

L’unico vero elemento di novità è che, per una volta, non abbiamo l’uomo contemporaneo che si perde per ritrovarsi, ma il dilemma se, ai fini rieducativi, non sia meglio un corpo messo in cammino di uno incarcerato. Più che l’apologia di Santiago, qui prevale l’omaggio a chi lavora nella reintegrazione degli adolescenti. Secondo i dati diffusi dall’associazione Seuil, il 57% dei ragazzi inseriti in questi percorsi intraprende successivamente un processo di reinserimento, a fronte di un tasso di recidiva molto superiore dopo la detenzione.

COMPOSTELLE_© 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution - France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions
COMPOSTELLE_© 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution - France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions

COMPOSTELLE_© 2025 Marie-Camille Orlando - Eveya Productions - Page Films - Apollo Films Distribution -  France 3 Cinéma - Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma- Artémis Productions

Il problema è che Samuell tratta un’esperienza sociale concreta alla maniera di un feel-good movie. Con il rischio di trasformare un problema politico – quello del rapporto tra sistema penale e adolescenti – in una mera questione psicologica: come guarire le proprie ferite.

Non giovano poi al buon esito dell’operazione l’inverosimiglianza di alcuni incontri, la rigidità dei dialoghi, la scena rap nel monastero e un simbolismo mariano fin troppo scoperto.

A salvarlo sono la presenza solare di Alexandra Lamy, la fisicità del giovane Julien Le Berre e soprattutto il fatto che il rapporto tra i due si mantenga sulla linea della reciprocità piuttosto che su quella più classica del maestro-allievo, evitandoci la morale dell’adulto borghese che redime il ragazzo problematico.

E consegnandocene una meno commerciabile: guarire non significa necessariamente avere la risposta giusta, ma semplicemente non abbandonare chi cammina accanto a noi. E se la retorica un po’ consumata del “cammino metafora della vita” non viene elusa del tutto, quantomeno il meccanismo terapeutico non risiede nella natura, e neppure in Santiago, ma nella durata.

Contro la reversibilità permanente delle relazioni, contro lo swipe, Samuell immagina una relazione obbligata alla continuità. Fred e Adam non possono risolversi a vicenda, né la strada può sostituire la giustizia, la famiglia o la terapia. Possono però continuare a esserci. Da questa prospettiva anche il sottotesto cristiano del film acquista un’altra sfumatura: non la promessa di una conversione, ma un’idea di salvezza più minimale e laica, quella della compagnia e della possibilità di una seconda nascita.

Quando Samuell lascia che questa idea emerga dal tempo, dai corpi e dalla relazione, sembra trovare il suo cinema; quando sente il bisogno di spiegarla, paradossalmente, pasticcia smarrendo il cammino.