La prima sequenza, ambientata in un fast food, tra clienti impazienti in fila, hamburger sfrigolanti su piastre che non hanno mai visto un detersivo e patatine affogate nell’olio, dà subito la misura del piatto che Sanguine ci servirà. Come dire: se cercate il gourmet, scansatevi. Questo è cinema da menù turistico, per palati senza fronzoli e senza particolare voglia di novità. Come dice il cliente/ottuso/influencer al cassiere esaurito, prima di essere barbaramente ucciso da quest’ultimo: «Voglio il mio Royal Burger, al diavolo che non c’è!».
Vuole il solito. E il solito è questo film.

Dal fast food al pronto soccorso (meno volo pindarico di quanto sembri): Margot, giovane interna in uno degli ospedali più competitivi del Paese, fatica a reggere la pressione del lavoro, i ritmi disumani, il nonnismo ospedaliero, le classifiche settimanali di efficienza e una superiore stronza. Comincia a sanguinare in modo inspiegabile. E non è la sola. Affiorano casi di pazienti della sua età con sintomi analoghi. Più che un caso clinico, è un enigma. E il bello è che l’insorgenza di una nuova e sconosciuta epidemia è solo l’ultimo dei problemi.

Sanguine di Marion Le Corroller (Séances de Minuit fuori concorso al Festival di Cannes ) usa il body horror come metafora della pressione sociale e del burnout: il corpo in sofferenza stavolta è quello di una generazione costretta a performare, adattarsi, ottimizzarsi. Peccato che alla denuncia non segua molto altro: non un abbozzo di sceneggiatura, non personaggi complessi, né costruzione della tensione, né ambiguità di sorta. Il solito, grazie. Con furore fumettistico e filosofare fumoso.

Dispiace per Mara Taquin, che pure ce la mette tutta per dare un minimo di spessore al suo personaggio. I suoi sforzi non sono sostenuti da un meccanismo che, volendo, farebbe anche a meno di attori in carne ed ossa. Involontariamente è il primo vero horror in cui la sostituzione denunciata è meno importante di quella auspicata. L’automazione al lavoro,

Il cinema francese ha spesso lavorato sul corpo femminile come metafora di una trasformazione più ampia. Da À l’intérieur a Grave, fino a TitaneSanguine vorrebbe inserirsi in questo speciale album famiglia, ma è solo la sua copia carbone.