Sacro GRA

Non un film sul Raccordo Anulare, ma con il Raccordo Anulare. L'umanità ai margini di Rosi vale un Leone d'Oro

18 Settembre 2013
4/5
Sacro GRA
Sacro GRA

Un anello. Che circonda e unisce Roma, su due carreggiate. Esterna e interna. Di giorno, su alcuni tratti, può diventare una trappola infernale. Di notte, quando il frastuono dei motori è intervallato dal silenzio del buio, custodisce i segreti di alcune storie a margine di un universo in espansione. Con i suoi 68,2 km, il Grande Raccordo Anulare è la più estesa autostrada urbana d’Italia: con il suo sguardo, Gianfranco Rosi porta in superficie gli scorci di un’umanità inedita, ai bordi di un confine fallito, depositaria di un passato che non muore e sospesa in un presente che può prendere forma verso tanti futuri possibili.
E’ Sacro GRA, film-documentario che non inizia e non si conclude, che parte da un punto qualsiasi del Raccordo Anulare (“anello di Saturno”, come ci ricorda un cartello prima della visione che prende in prestito la definizione da Roma di Fellini) e, da lì, effettua un giro lungo 93 minuti. Per scorgere frammenti di esistenze altrimenti impossibili da “inquadrare”, inghiottite dalla stasi di una struttura dove a regnare è solamente il rumore, e la velocità: ai nostri occhi allora ecco apparire (e scomparire) un nobile piemontese e sua figlia all’interno di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo, un botanico che attraverso sonde sonore e pozioni chimiche cerca di salvare le palme della sua oasi dai letali punteruoli rossi, un principe dei nostri tempi che affitta il proprio castello per qualsiasi cosa, convegni, bed&breakfast, sessioni di shooting, un attore di fotoromanzi che un tempo era una comparsa cinematografica, un barelliere in servizio sull’ambulanza, un pescatore d’anguille che vive sulle sponde del Tevere: Gianfranco Rosi ci mostra ognuno di loro, ce li “suggerisce” sarebbe meglio dire, inconsapevolmente fieri di detenere (e trasmettere) un’identità talmente forte da non aver bisogno di ulteriori approfondimenti.
Perché comunque sarebbe impossibile farlo: Sacro GRA – Leone d’Oro alla recente Mostra di Venezia – non è un film “sul” Raccordo Anulare, o sulle persone che ci vivono accanto, Sacro GRA è un film “con il” Raccordo Anulare, che cammina intorno a questo anello divenendo esso stesso anello. Per circoscrivere momentaneamente, e rilasciare ogni volta libere, le esistenze che ha deciso di portare in superficie: “E’ incredibile, il cupolone si vede anche da qui”, dice ad un certo punto Paolo, il nobile piemontese, affacciandosi dalla finestra del suo monolocale. Che sia vero o meno poco importa, l’epifania è sconvolgente anche dal punto di vista cinematografico: quella Roma lì, del cupolone e delle fontane, dei musei e delle chiese, mondana e immobile, è rimasta dov’era, visibile in lontananza anche ad occhio nudo.
Per trovare questi altri pezzi di Roma, invece, è necessario servirsi del microscopio di Gianfranco Rosi. Che sfida i romani stessi a percepire di quali quadranti della capitale si tratti: perché intorno al Raccordo tutto si può mischiare o confondere, tranne l’identità di un’umanità così eterogenea.

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