Run Hide Fight

Trappola di cristallo incontra Elephant. Le premesse potevano funzionare, ma il regista Kyle Rankin punta tutto sullo spettacolo. Fuori concorso a Venezia 77

10 Settembre 2020
2/5
Run Hide Fight
Run Hide Fight

“Un problema facile da ignorare come un elefante in soggiorno”. Il richiamo era al terrorismo irlandese, contenuto nel film per la televisione Elephant di Alan Clarke del 1989. Nel 2003 Gus Van Sant si è ispirato a questa massima per dare il titolo a una delle sue storie più riuscite. Elephant, appunto. In realtà il regista faceva riferimento anche a un proverbio buddista: dei ciechi toccano un pachiderma e pretendono di capirne la natura solo dalla sensibilità delle mani. Il tema era la violenza nelle scuole, i massacri, gli studenti che fanno irruzione armati e compiono una strage.

Il cineasta Kyle Rankin porta alla Mostra di Venezia Run Hide Fight, presentato fuori concorso, che si confronta con la stessa tragedia. Per gli americani è una ferita aperta che non smette di sanguinare. Lo avevamo visto in Vox Lux di Brady Corbet, dove Natalie Portman sfruttava il suo status di sopravvissuta per affermarsi nel mondo della musica.

Ma a Rankin non interessa scomporre le cause, analizzare l’anatomia del male. Si concentra sullo spettacolo, sull’intrattenimento, non vuole scavare in profondità. I rimandi sono a un film come Trappola di cristallo in chiave Me Too. Ed è un peccato, perché la prima parte ha un ritmo serrato, e l’assedio sembra riuscito.

All’inizio il cineasta punta il dito contro l’anima guerrafondaia degli Stati Uniti, con le armi che sono un elemento imprescindibile di una cultura ancora western. Il padre di Zoe, studentessa di diciotto anni, è un ex membro delle forze speciali. Dopo la morte della madre, lei è “sempre in guerra”, e non si toglie mai la giacca militare del papà. Il conflitto è qualcosa che resta sulla pelle. La critica ai social è feroce, la brutalità è in diretta. E in più, sia uno degli attentatori che la protagonista sentono delle “voci”, a dimostrare che l’intera società è in preda a un cortocircuito, a una malattia senza soluzione.

Le premesse sono sensate, ma poi Rankin esagera coi toni. Zoe si trasforma in un ibrido tra Bruce Willis e Stallone. Picchia duro, non si fa problemi a premere il grilletto. E anche i genitori si dimostrano bellicosi… Un camioncino sfonda le pareti della mensa, un gruppo di giovani fin troppo organizzati prendono possesso dell’edificio. È una carneficina. Ma l’America ancora una volta avrà la sua eroina adolescente pronta a sacrificarsi per la patria. Gli eccessi abbondano, e nel finale i buoni propositi svaniscono. A interpretare lo sceriffo della contea è Treat Williams, l’eterno detective Daniel Ciello del bellissimo Il principe della città di Sidney Lumet.

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