Ritorno al Bosco dei 100 Acri

L'orsetto innamorato del miele torna al cinema per la seconda volta in un anno. Simpatia, buon umore e uno sguardo tenero verso la famiglia e la giovinezza

3 agosto 2018
3/5
Ritorno al Bosco dei 100 Acri

Winnie The Pooh e i suoi amici si rivelano un ottimo tonico per il buon umore e per fuggire dal caldo estivo. Il live action targato Disney non narra le origini della favola, ma proietta lo spettatore anni dopo, quando il ragazzino Christopher Robin è ormai adulto e i picnic nel Bosco dei Cento Acri appartengono al passato. Il protagonista è cresciuto, ha una famiglia, un lavoro e non ha più tempo per giocare. Si è trasferito a Londra e viene sfruttato in una ditta che produce valigie. Ma Christopher non ha un momento libero, e anche nel weekend si perde tra i dati e i grafici della società.

L’incipit potrebbe sembrare fin troppo classico, ma Ritorno al Bosco dei 100 Acri, nonostante sia un film in costume, riesce a essere molto attuale. Le aziende sono in crisi, rischiano di chiudere i battenti, e i primi tagli sono sul personale. La disoccupazione incombe, anche in una storia per bambini. Chi non vuole perdere il posto deve sgobbare senza requie, giorno e notte, sette giorni su sette, mentre il principale gioca a golf e si gode la bella stagione.

 

A soffrirne sono anche la moglie e i figli, costretti a vivere senza la figura del padre e del marito. E qui si ripropone l’antico quesito: casa o carriera? La risposta non è così scontata. Christopher Robin sostiene che: “Per raggiungere i sogni servono sacrificio e dedizione”. Invece il nostro orsacchiotto innamorato del miele ribatte: “Il fare niente spesso porta a qualcosa”. Due filosofie diverse, che alla fine trovano una loro armonia e riportano il sereno.

Ritorno al Bosco dei 100 Acri infonde uno spirito nostalgico per una fanciullezza che non torna più, per l’allegria senza preoccupazioni. Non per questo bisogna essere eterni Peter Pan, ma il bambino che si nasconde dentro di noi qualche volta deve poter vedere la luce.

 

Robin non sorride, liquida la sua piccola con due carezze, e pensa che fare il genitore sia solo mettere in tavola un piatto di minestra tutte le sere, senza dimenticare i vestiti puliti e la scuola. Ma lui non sa più giocare, sentirsi vivo, correre nell’erba sentendosi felice. Il regista Marc Forster dosa l’ironia, e riesce a trovare un equilibrio tra vecchie e nuove generazioni. La scarsa “delicatezza” di Winnie The Pooh (crea cataclismi di vario tipo, distrugge scaffali e porcellane, sporca tappeti e assalta la credenza) genera una simpatia travolgente, senza perdere di vista i problemi che tormentano l’uomo comune.

Forster si ispira all’omonimo romanzo di David Benedictus, il sequel del classico Winnie The Pooh di A.A. Milne, e nelle prime sequenze ne riprende il tratto, i disegni e i nomi dei capitoli. Poi dalla letteratura si vola al cinema, per non smettere di ricordare che anche nei racconti per l’infanzia ogni attimo è prezioso. Come in Neverland – Un sogno per la vita (sempre di Forster) il futuro è incerto, e l’unica speranza diventa credere nell’oggi, senza pensare al domani.

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