Resident Evil: The Final Chapter

Un capitolo finale che forse ultimo non è. E che nulla aggiunge a una saga felicemente derivativa, buona per i manuali di semiotica

16 Febbraio 2017
2,5/5
Resident Evil: The Final Chapter

Tra i contributi al sapere che in futuro dovremo riconoscere alle facoltà di scienze della comunicazione nate in Italia nei primi anni ’90, c’è sicuramente il cambio di paradigma per quanto riguarda lo studio e l’analisi dei media, del cinema in particolare.
In un paese di letterati come il nostro, dove il circolo ermeneutico dei critici proviene il più delle volte da studi umanistici, filosofici, di belle arti e bell’altro, i comunicatori rappresentano ancora una deroga, vissuta il più delle volte con un senso di colpa, di insuperabile inadeguatezza.

Eppure sono proprio loro, i comunicatori, a rivelarci oggi perché mai un prodotto come Resident Evil, che ogni esteta sano di mente giudicherebbe scadente, può fare presa sull’industria culturale al punto da passare da diversi supporti (dal videogame al cinema) senza perdersi per strada una nutrita fetta di aficionados. Perché quel che agli occhi di un pensatore mediamente dotato è un sottoprodotto, diventa nell’ermeneutica di un comunicatore un testo ricchissimo e fecondo.
Il cinema, ci insegnano i comunicatori, è un’arte intermediale: per capirlo è indispensabile leggere fumetti, romanzi, giocare videogiochi, appassionarsi di arti visive in generale, guardare la tv. Il fascino di un film non è (non soltanto) direttamente proporzionale alle sue qualità estetiche, alla profondità e robustezza della sua sceneggiatura, al livello delle sue prestazioni attoriali. No, piuttosto si nasconde nei meccanismi collettivi e individuale della memoria, dell’inconscio, della psiche che riesce ad attivare.

Ecco perchè Resident Evil 1, 2, 3, 4 ecc…ecc… è prima di tutto un testo efficace. Non divertente (lo sarà, per alcuni, senz’altro), non bello, non sorprendente, no. Efficace. Proprio per la sua natura di moderno potpourri semiotico, che mischia tutto senza pensarci troppo: cloni e zombie, realtà virtuali e virus. Una specie di pasto cucinato con tutto quello che c’è in frigo, un film a spizzichi e bocconi di immaginario. I furti si sprecano (c’è Blade Runner, c’è Matrix, c’è Io sono leggenda, c’è Tomb Rider e Dio-solo-sa-che-altro), neanche troppo mascherati.
Proprio questa sommatoria sfacciata, questa estetica da “videogaioli”, questa morale felicemente ruzzolata su decenni di massmediologia, è il cuore di Resident Evil e la chiave per entrare nel suo universo. Di cui The Final Chapter – con tutto il suo armamentario arrugginito, le sue eroine ammaccate, le sue agnizioni da soap opera – non è che l’ennesimo appuntamento definitivo e forse nemmeno l’ultimo.

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