Una stella, fin da giovanissimo. Andre Agassi racconta che incontrò Rafael Nadal quando il Mancino di Manacor aveva sedici anni. Negli spogliatoi, il suo armadietto non si apriva. Nadal non si arrese, iniziò a scuoterlo con forza, fino a quando riuscì nell’impresa, e urlò: “Vamos!”. Agassi capì subito che quella determinazione lui non avrebbe mai potuto sconfiggerla.

Il campo da tennis, per Rafael Nadal, non è stato solo una superficie di gioco, ma un'arena dove consumare un rituale di resistenza fisica e mentale. La miniserie in quattro puntate disponibile su Netflix, intitolata semplicemente Rafa, sceglie di accostarsi al campione spagnolo partendo proprio da questa premessa, offrendo un ritratto intimista che supera la barriera del mito sportivo.

Il progetto diretto da Zach Heinzerling si inserisce nel filone dei documentari biografici realizzati da Netflix (che ancora oggi ha The Last Dance come capostipite indiscusso), sfruttando un accesso totale alla vita del tennista di Maiorca. Non mostra solo le sue vittorie storiche, ma anche il prezzo umano e fisico che il successo ha preteso nel corso degli anni. La narrazione si sviluppa attraverso una struttura cronologica sospesa tra passato e presente, arricchita da interviste inedite a Nadal, ai suoi famigliari, ai suoi allenatori e agli antagonisti di sempre.

Si inizia con i primi passi mossi da un giovanissimo Nadal sulla terra rossa di Maiorca, sempre sotto la guida dello zio Toni, fino ad arrivare al momento cruciale del ritiro. Gli episodi ricostruiscono minuziosamente il forte ascendente del suo coach, le grandi rivalità, quella iconica con Roger Federer, rappresentata idealmente dallo scontro nella finale di Wimbledon del 2006, per poi arrivare al passaggio di testimone e alle battaglie logoranti con Novak Djokovic. Al centro non c’è soltanto la celebrazione dei trofei sollevati a Parigi o a Londra, ma anche l'esplorazione meticolosa del calvario medico che ha accompagnato l'intera carriera di Nadal.

La macchina da presa esplora i retroscena più dolorosi, tra ecografie, visite specialistiche, massaggi fisioterapici e confessioni amare, dopo aver ricevuto notizie scoraggianti sulla propria tenuta fisica. C’è spazio per l'indagine psicologica, per i traumi che spingono una leggenda a continuare a lottare quando il corpo suggerisce di fermarsi. Rafa si trasforma in una riflessione sul tempo, sul limite biologico e sulla paura del vuoto che attende ogni grande professionista quando si spengono i riflettori. L'immagine pubblica del guerriero indistruttibile è il controcanto della dimensione privata di una persona comune, legata alla sua casa, alla moglie Maria e al piccolo figlio Rafalet.

Rafa è un diario in grado di coinvolgere sia gli appassionati di tennis sia coloro che non masticano quotidianamente le regole del gioco. La scelta di non adottare uno sguardo distaccato permette allo spettatore di immergersi nell'intimità della famiglia Nadal, dove si scoprono i momenti in cui viene pianificato l'annuncio finale dell'addio alle competizioni, tenuto segreto fino all'ultimo. Questo meccanismo di vicinanza emotiva costituisce la vera forza di Rafa. La cronaca di una carriera straordinaria si unisce al melodramma moderno sul sacrificio e sulla determinazione, restituendo la complessità di un uomo insolito, che ha trovato nella sofferenza agonistica il suo punto più trionfante e crudele. Da confrontare con il doc di Asif Kapadia e Joe Sabia Federer: Gli ultimi dodici giorni, sul crepuscolo di un mito che poi diventa eterno.