Rabin, the Last Day

Tutta la verità di cui il cinema è capace al servizio di una vicenda politica e giudiziaria con troppe zone d'ombra: lo scomodo caso di Gitai scuote il Lido

7 Settembre 2015
4,5/5
Rabin, the Last Day

Rabin, the Last Day non è fiction nè docufiction ma metodo d’indagine. Amos Gitai ci mostra non solo che è possibile sottoporre un caso ancora aperto alle tecniche investigative del cinema ma che così facendo si ottengono risultati di gran lunga più soddisfacenti di quelli prodotti da 20 anni di inchieste.
Il potentissimo lavoro di Gitai dà ampio risalto agli interrogatori della commissione Shamgar, incaricata di far luce sugli errori e le leggerezze commesse da polizia e servizi di sicurezza la sera dell’assassinio del premier israeliano (4 novembre 1995), per meglio metterne in luce i limiti e allargare lo spettro d’indagine là dove la commissione governativa non poté arrivare: il contesto in cui maturò l’omicidio, le responsabilità politiche della destra (il Likud di Netanyahu, oggi al governo…), i nodi irrisolti che strozzarono sul nascere le speranze di pace nella regione (l’integralismo religioso, l’espansione dei coloni in Cisgiordania a danno dei palestinesi). Questioni aperte ancora oggi.

Tutto questo puntuale lavoro di contestualizzazione, come quello di rievocazione (dalle manifestazioni di piazza dell’estrema destra al meeting pacifista di Piazza dei Re d’Israele a Tel Aviv la sera dell’omicidio), avviene su un piano squisitamente audiovisuale, in cui l’utilizzo del materiale d’archivio (vecchie riprese televisive, registrazioni off record, filmini amatoriali) si raccorda perfettamente con quello originale girato da Gitai sulla base delle testimonianze e degli atti del processo. Già a partire dalla terribile scena dell’attentato a Rabin, c’è un continuum tra la scena ripresa involontariamante da un videoamatore e quella ri-presa da Rabin con gli attori, maniacalmente ricostruita e inquadrata dallo stesso angolo. Il cinema per il regista israeliano resta il raccordo mancante della realtà – così come il piano sequenza, di cui Gitai fa ampio ricorso anche stavolta, resta la più forte impronta di realtà nel cinema – che una volta attivato può offrire scorci di verità prima impensabili.

Il cinema inizia laddove il montaggio degli scenari operato da Gitai – il teatro dell’omicidio, l’inchiesta della commissione, l’interrogatorio dell’assassino, l’insediamento colonico, le manifestazioni di piazza anti-Rabin, le riunioni dei rabbini ultraortodossi, le interviste a Simon Peres e Leah Rabin – diventa set unico, film compiuto. Le cose hanno un senso sul fondale del cinema dove Gitai le lascia pazientemente depositare. E dove vengono ribaltate: come nell’inquietante inserto con la psicologa ultra-ortodossa che descrive la personalità del premier come schizofrenica, quando è lampante che sta fornendo una buona approssimazione della propria. Inserto cui Gitai fa seguire le immagni di repertorio della manifestazione pro-Rabin del 4 novembre, montate su un pista sonora ricca di distorsioni e di effetti stranianti, un artificio che fa sembrare i manifestanti degli invasati a voler ironicamente confermare il parere della sedicente psicologa.

Non manca ovviamente il tributo commosso a un leader coraggioso e illuminato, fermato un attimo prima di far girare la ruota della storia. Con l’intervista a Leah Rabin, la moglie, Gitai esprime anche il suo cordoglio.
Scioccanti le immagini degli attivisti del Likud che inneggiano apertamente alla sua morte paragonandolo a un nazista, o quelle del parlamento in cui non riesce a dire che poche parole sopraffatto dagli schiamazzi dell’opposizione. Tra i suoi banchi si vede anche Netanyahu.
Rabin, the Last Day punta il suo dito qui e ora verso coloro che allora soffiarono sul fuoco della violenza e sono ancora al potere.
Parla al presente quando mette all’indice il fanatismo religioso, la sua logica ferrea e perversa, l’omicidio ordinato nel nome di Dio. Il cuore di tenebra del monoteismo, di ieri e di oggi.

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