Queen & Slim

Opera prima per Melina Matsoukas. Cinema militante, che guarda a Spike Lee e non solo. Un esordio muscolare. Presentato in Festa Mobile al TFF 37

29 Novembre 2019
3/5
Queen & Slim

Odissea nell’America profonda, viaggio nel cuore di un Paese lacerato. Il cinema della black Hollywood ha un nuovo volto: Melina Matsoukas. Viene dal mondo della musica, ha diretto tra gli altri il video di Rude Boy per Rihanna, di We Found Love di Calvin Harris. Ma la sua collaborazione più famosa è stata quella con Beyoncé per Formation: New Orleans, le auto della polizia, addirittura Beyoncè che si sporge dal finestrino di una macchina turchese in movimento. Tutti questi elementi tornano nell’opera prima Queen & Slim, dove la colonna sonora e le sfumature hanno un ruolo centrale.

I due protagonisti sembra che si vestano alla MTV. Sono entrambi appariscenti, eccessivi, sopra le righe. Matsoukas si ispira ai videoclip, ma anche all’estetica di Spike Lee: tinte accese, battute affilate, l’immagine che riflette una cultura molto alla moda. C’è anche il nuovo singolo di Lauryn Hill Comin’ Home. Matsoukas era stata dietro la macchina da presa anche per la serie Insecure, dove aveva già dimostrato la sua volontà di condannare la discriminazione razziale, la violenza della società.

 

Queen & Slim è a suo modo un film militante, sulla scia di Barry Jenkins, Jordan Peele, Ryan Coogler, Steve McQueen, e anche Nate Parker. L’incipit ricorda quello di American Skin: un controllo di routine, l’agente bianco minaccia il guidatore afroamericano. Ma ecco che la situazione si ribalta. La vittima reagisce, parte un colpo, e il poliziotto ci lascia la pelle. Inizia una fuga a due, per scappare non solo dalla legge ma dal sistema, dal razzismo strisciante che non muore mai.

Matsoukas e Parker raccontano storie di reazione, di ribellione. Le persone di colore prendono consapevolezza, si armano e cercano giustizia. In Queen & Slim capita quasi per caso. Sarebbe legittima difesa, ma i due sventurati sanno di non poter vincere. Come in American Skin, dove Parker creava un suo tribunale per avere giustizia.

 

La regista riesce a stare lontana dalla retorica, sa cogliere i momenti più struggenti, scuote ed emoziona, senza essere di parte. Costruisce un film raffinato, avvolgente nelle sue cromature, anche se imperfetto e a volte oltre il limite.

A ogni fermata dei due novelli Bonnie & Clyde, corrisponde una “storpiatura” dell’universo americano: la famiglia che inneggia al Black Power e si chiede se loro siano le nuove Pantere Nere, il commesso del negozio che ha una passione malsana per le armi, lo zio “pappone”. Con la gente che sostiene i fuggitivi, organizza manifestazioni, ma si lascia anche affascinare dal comportamento malavitoso (il ragazzino che uccide per sentirsi come loro…). Matsoukas riflette sul senso della ribellione, sui rischi della protesta fine a se stessa, su come si possano manipolare i molti significati della verità. Un esordio convincente, politicamente schierato, che trova la sua forza nel ribaltare gli stereotipi.

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