Quando tu sei vicino a me

Al Festival dei Popoli il bel doc di Laura Viezzoli. Tra gli ospiti sordociechi della Lega del Filo d’Oro alla scoperta dell’unica e sola pienezza di vita

24 Novembre 2021
3,5/5
Quando tu sei vicino a me
Quando tu sei vicino a me (2021)

La molla del piacere cinematografico, lo sappiamo, è l’identificazione con i protagonisti delle vicende sullo schermo. Non devono necessariamente somigliarci: possono essere individui singolari, supereroi, persino figure non umane. Ma riveleranno sempre, al di là delle apparenze, qualcosa di analogo con l’esperienza dello spettatore.
Ma che succede se chi è davanti a noi non vede, non sente, a fatica si muove, a stento parla se parla? Quale accordo magico il cinema deve trovare perché si possa entrare in comunione con quell’altrove umano che appare come un muro sensoriale, esperienziale e conoscitivo? 

Quando tu sei vicino a me, il bel documentario di Laura Viezzoli presentato in concorso ai Popoli di Firenze, ragiona sin dal titolo (un verso del Cielo in una stanza di Paoli, qui felicemente rifatta e ricodificata) sul rapporto prossimità/distanza riprendendo un tema già esplorato nel precedente La natura delle cose.
Là era un uomo malato terminale di Sla, un teologo, a scrivere con il solo battito di ciglia una scandalosa pagina di amore e di vita, risalendo la corrente immobile della malattia fino all’abbraccio ideale con l’ “inerte” al di qua dello schermo, lo spettatore, colui che “aspetta” (il latino exspĕctare, «aspettare», incrocia aspĕctare, «guardare attentamente»).

Stavolta i protagonisti sono sette ospiti del Centro della Lega del Filo d’Oro di Osimo: persone sordocieche e pluriminorate psicosensoriali, adulti e bambini, “piccoli” come solo possono essere i puri di cuore. Accuditi da un gruppo di pazienti operatori (perché paziente è anche chi cura), stanno davanti a noi e dalla notte muta in cui si trovano segretamente ci guardano.

La Viezzoli sceglie di inquadrarli sempre frontalmente, camera fissa e distanza ravvicinata, per requisire lo sguardo e liberarlo dall’iniziale disagio. Non sappiamo farci prossimi a loro. Mettiamo in mezzo il disarmo, il diaframma bucato di un ottuso senso di colpa. Non ne comprendiamo gli argini, non ne immaginiamo gli orizzonti.

Cos’è tutto quell’affaccendarsi esausto dietro minuscole e provvisorie conquiste? Un passo alla volta, un agitarsi di facezie, un abbarbicarsi sulla soglia di gesti compiuti, parole intere, preziosi smottamenti quotidiani. Dov’è la vita lì?
Da dove sgorgano, ciononostante, i sorrisi, i tentennamenti, le piccole rivendicazioni (il cappuccino, l’uscita al ristorante, la bella canzone, un bacio rubato)?
Ed è allora che percepiamo che quel limite invalicabile è solo nostro. È allora che quei corpi distonici iniziano a scrutare dentro infermità invisibili, tra i non vedere e i non sentire della gente comune.

La grande scrittrice sordocieca, Helen Keller, ha scritto: “La mia vita non aveva passato né futuro. Ma una piccola parola cadde dalle dita di un’altra sulla mia mano che si aggrappava al vuoto e il mio cuore afferrò l’estasi della vita”. Come un ponte gettato tra la luce e l’abisso, quelle dita significano il mistero della relazione che salva. La speranza un ticchettare sul palmo di una mano.

Laura Viezzoli

La Viezzoli allarga il campo per includervi quell’altro, chi sta accanto, senza il quale nessuna esistenza potrebbe sbocciare. In questo movimento a tendere – reciproco, sorprendente, magico – cogliamo quel desiderio di pienezza che noi tutti cerchiamo.
Quel farsi da seme a girasole, come ricorda l’unico controcampo ammesso dall’autrice. Un farsi vicino, che noi ancora non riusciamo, opera così davanti a noi come un plausibile miracolo. Un baluginare d’amore e di senso nel cinema che ritrova il piacere dell’epifania.
E nell’incontrovertibile semplicità di linguaggio una dimensione eucaristica di cui fare tesoro.

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