Post Mortem

La fine della Prima guerra mondiale, l’influenza Spagnola, un villaggio ungherese, i fantasmi nel limbo: cupo e affascinante, al 20° Trieste Science+Fiction Festival

3 Novembre 2020
3/5
Post Mortem

Ancora una volta sintonie e assonanze tra passato e presente al 20° Trieste Science+Fiction Festival, che nell’anno sconvolto dalla pandemia globale ha proposto in cartellone alcuni film che esplorano il tema del contagio, la paura della morte, la lotta per la sopravvivenza. In Post Mortem di Péter Bergendy l’epidemia è quella della febbre spagnola che travolse il mondo distrutto dalla Prima guerra mondiale, ma in questo caso l’infezione funge più che altro da elemento complementare.

Nel dramma di un’Europa devastata dalle conseguenze del conflitto e della fatale influenza, Post Mortem si muove letteralmente al di là della vita, con gli spiriti dei morti che sono rimasti intrappolati tra di noi. Ma i veri protagonisti sono i cadaveri: un fotografo, sopravvissuto per miracolo, si occupa di ritratti mortuari, da restituire ai cari quale ultima (macabra) testimonianza di esistenze ormai concluse (ben vestiti, in pose “normali”, con gli occhi aperti).

Nel gelido inverno del 1918, finisce in un villaggio ungherese: l’atmosfera è sinistra, si sente pesante una minaccia opprimente, i fantasmi nel limbo infestano le visioni notturne del fotografo. E lui, nonostante il terrore, decide di indagare le intenzioni dei fantasmi: solo così, con l’aiuto di un’orfanella (esiste? O perlomeno: in che forma esiste?), può trovare un modo per liberarsene.

Horror stratificato e intimista che monta la tensione senza cercare lo spavento ma costeggiando l’angoscia, a livello formale Post Mortem trova la quadra gestendo con ammirevole equilibrio una fattura artigianale a tratti antica ed effetti speciali semplici ma funzionali. Caratteristiche che lo scontornano dall’attuale per collocarsi nel novero di una tradizione rinnovata: al crocevia di un periodo storico decisivo (la pandemia che si confonde con la guerra, rendendosi quasi invisibile), il racconto folkloristico si fa contenitore delle tipiche suggestioni del genere.

Il portato metaforico si rivela fin troppo evidente, è vero, ma la costruzione architettata da Bergendy, così sospesa e straniante,ha un obiettivo dichiaratamente allegorico, per scelta di contesti storici, collocazioni geografiche, componenti stilistiche. Emerge, modulando tenerezza e terrore, un film cupo e affascinante di bella confezione significante (fotografia di András Nagy, musiche di Atti Pacsay, sound di Gábor Balázs).

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