Pitza e datteri

Irresistibile sarabanda di contrattempi e incomprensioni intorno a una moschea veneziana: Kamkari guarda alla commedia italiana, con rispetto

27 Maggio 2015
3/5
Pitza e datteri

All’improvviso la piccola comunità musulmana di Venezia si trova sfrattata dalla propria moschea per iniziativa di una parrucchiera islamica che trasforma il luogo in un salone di bellezza. Nel tentativo di non far precipitare le cose, viene chiamato in soccorso un imam afghano giovane e inesperto. Del piccolo gruppo di adepti fanno parte anche Bepi, un veneziano convertito all’Islam, il ‘presidente’ della comunità Karim, la musulmana progressista Fatima e il curdo Ala. In più c’è Zara, la parrucchiera che ha provocato il contenzioso. Il tentativo di trovare un punto d’incontro tra i musulmani e Zara va avanti tra equivoci, incertezze, beghe di vario tipo. Ma la soluzione è in agguato…

 

Come informazione, è giusto ricordare che il regista Kamkari nato in Iran, curdo, studente di letteratura drammatica a Teheran, debuttante al cinema nel 2002, si è imposto all’attenzione con  I fiori di Kirkuk (2010). “Per la mia storia personale -precisa- conosco bene sia la realtà e la cultura europea contemporanea, dove si svolge il racconto, sia quelle da cui provengono i personaggi immigrati. Da questa doppia conoscenza sono partito per dare alla storia una prospettiva non basata su semplici clichés. L’umorismo nasce  all’interno di due mentalità contrapposte(…) Il tono ironico deve molto all’influenza della commedia italiana”.

 

Un'immagine di Pitza e datteri

Un’immagine di Pitza e datteri

 

Sono premesse opportune per entrare nell’evolversi un po’ beffardo del copione. Trattare temi molto seri e importanti con leggerezza: era questo, come si sa, il segreto alla base del filone principe del cinema italiano anni ’50/’70. L’idea che una donna mediorientale sconvolga la quotidianità di altri musulmani, aprendo un’attività commerciale da sola, è di per sé un ottimo grimaldello per dare il via ad una irresistibile sarabanda di contrattempi e incomprensioni. Si constata con soddisfazione che quella scuola (parliamo di Age,Scarpelli, Monicelli, Risi) ha lasciato segni anche in registi lontani per geografia e cultura. Si può scherzare (sia pure a casa nostra e non da loro…) sulle cose serie, ma il rispetto è conservato, non ci sono vinti né vincitori, si è intanto colta l’occasione per osservare una Venezia tutta in esterni inedita e ricca di suggestioni.

 

Regia sciolta e scorrevole dentro la quale si muovono con agilità e buona dinamica Giuseppe Battiston (Bepi, il veneziano convertito e nemico delle banche) e alcuni interpreti musulmani/occidentali Mehdi Meskar (l’imam giovane) e Maud Buquet (la parrucchiera dello scandalo, Hassan Shapi, Ester Elisha. Merita infine segnalare la colonna sonora composta ed eseguita con un frizzante melange multiculturale da L’orchestra di Piazza Vittorio.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy