Se la vescica non è il tuo forte, probabilmente dovresti evitare di metterti in viaggio di notte su strade pericolose. Mancava giusto l’incontinenza come estrema frontiera della paura nell’horror on the road americano. Passenger di André Øvredal è riuscito a varcarla costruendoci sopra un incipit che, da solo, vale l’intero film. Le strade sono quelle che non hanno un lampione nemmeno a pagarli, tra boschi di conifere e fratte che si suppone popolate da animali pronti all’agguato. Le famose lost highways lynchiane, ma senza Lynch.

Due qualunque su una berlina sfigata sfrecciano fendendo il buio in direzione ostinata e contraria. Contrariato è il guidatore quando becca il passeggero con qualche problema di ritenzione a commettere l’errore esiziale di approvvigionarsi alla dannata borraccia. Stop inevitabile, situazione uncanny, rumori che non promettono nulla di buono e toh, l’amico al volante è già sparito. Difficile sia andato a farsi una passeggiata.

Questa è la parte migliore di un film che, se fosse stato un corto, staremmo qui a parlare di altro. Invece, sfortuna sua, è lungo e va avanti, in sintomatico adagio e moralismo iettatorio, in cui la meta non è partire ma, se possibile, non fermarsi. Filosofia di vita che lui propone a lei - Tyler e Maddie, la nostra giovane coppia protagonista colta in una parentesi aperta di nomadismo agiato - spacciandola per teoria e prassi della coppia libera (libera da, non libera di).

Passenger (2026)
Passenger (2026)

Passenger (2026)

Ma è anche esito demente del genere quando diventa solo speculativo. Poche idee, non nuove né buone. Dove vuoi che vada a parare? E quindi ciascuno si diverta a trovare i propri riferimenti: dalla strada sbagliata di Wrong Turn all’uomo poco amichevole sul ciglio della strada alla The Hitcher, in un incrocio di strade già battute e malamente buttate. Con iniezioni di pericolo soprannaturale: veicolo di infestazione demoniaca e rimorchio di esoterismo hobo, veggenti in van, cosmogonie infernali e preghiere ai santi.

In un film che inizia con una minzione nel bosco e finisce con un’infrazione in una chiesa abbandonata, ma riesce a difettare di fantasia. Il meglio è col pilota automatico: il solito mestiere americano in termini di setting, luci, effetti speciali. Rabberciata la fase creativa, con una sceneggiatura che sembra uscita da una writers’ room gestita da Claude, e attori che non provano nemmeno a fingere sgomento di fronte alle situazioni terrificanti che capitano ai loro personaggi, dicendo cose senza senso in momenti fuori luogo.

Operazione che puzza di bruciato, e non per la tanica di benzina. Si sente a ogni curva il fiatone del business, con la garanzia di Walter Hamada, ex New Line e perito industriale dell’horror mainstream, a marchiare a fuoco la produzione.
Un paio di jumpscares fatti come si deve in the middle of nowhere: non c'è altro. 
Rispetto ai recenti avanzamenti romance e teorici del genere, questo horror su strada 2.0 non viaggia nemmeno con le marce ridotte. Va proprio a marcia indietro.