Paradise – Una nuova vita

Tra le montagne friulane, un film di frontiera immerso in un clima surreale: umorismo e spaesamento punti di forza di un'interessante opera prima

5 Ottobre 2020
3/5
Paradise – Una nuova vita

Esordio nel cinema di fiction del triestino Davide Del Degan, Paradise – Una nuova vita si avvale della sceneggiatura di Andrea Magnani, che nel 2017 debuttò con Easy – Un viaggio facile facile. Nel solco di quel road movie sulle rotte ucraine, anche questa co-produzione italo-slovena è una storia periferica e di frontiera, ambientata a Sauris, tra le montagne del Friuli, in un villaggio che è quanto di più lontano dal centro possa esserci.

Dal profondo sud, dove vendeva granite, Calogero (Vincenzo Nemolato, gran carattere: prima prova da protagonista) è finito nel profondo nord: dopo aver assistito un omicidio di mafia, ha deciso di testimoniare entrando così nel programma di protezione. Come capita spesso a chi fa la cosa giusta per naturale predisposizione morale, il disorientato Calogero, distante – fisicamente ed emotivamente – dagli affetti più cari (la moglie non ha voluto seguirlo, la figlia è nata quando lui era già fuori), sconta gli effetti di una scelta pesantissima, sfortunato peraltro anche sul versante professionale (le granite ai montanari?).

 

E non solo: il killer (Giovanni Calcagno) contro cui ha testimoniato è diventato a sua volta un collaboratore di giustizia ed è stato spedito a Sauris. Un errore amministrativo che però si rivela a poco a poco un’opportunità per aprire strade nuove: che sia pronto anche lui a tagliare i ponti con il passato?

Paradise è il nome del residence che accoglie Calogero, ma ha un nome che va da sé si presta alle interpretazioni suggerite dal sottotitolo una nuova vita: indica un’ipotesi di futuro, il coraggio di abbracciare la possibilità di una redenzione, una via verso un’esistenza alternativa rispetto a una realtà che a tratti somiglia all’inferno.

 

Complice la location montanara che tra fiocchi di neve e soffi di vento appare precisissima nel definire i confini sfumati di un orizzonte umano prima che geografico, Del Degan riesce a restituire un’atmosfera sospesa tra reale e onirico, configurando lo spaesamento dei protagonisti e dando l’idea che una storia del genere possa compiersi solo in quel contesto.

Il registro è quietamente grottesco, sostenuto dal portato surreale e al contempo realista dei volti irregolari di Nemolato e Calcagno, e si muove in direzione di un tipo di umorismo funzionale al clima ovattato e alla tensione montante.

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