Pacific Rim – La rivolta

Botte da orbi. Bulli e pupe. Il ritorno dei robottoni nipponici non aggiunge nulla alla saga. Guillermo del Toro solo produttore

21 Marzo 2018
2/5
Pacific Rim – La rivolta

Corpo di metallo, forza sovrumana: li chiamano jaeger (cacciatori), robottoni in stile Gundam alti come grattacieli. L’umanità li ha costruiti per difendersi dai malvagi kaiju, enormi mostri che emergono dalle viscere della Terra per scatenare l’apocalisse. Queste sono le premesse che danno vita all’universo di Pacific Rim, figlio degli anime e della cultura orientale.

Il primo capitolo era stato portato sul grande schermo da Guillermo del Toro, quando ancora non aveva stregato il mondo con La forma dell’acqua. Il suo era un omaggio alla fantascienza nipponica, uno spettacolone ipertrofico a tinte dark che, nel pandemonio generale, cercava di dipingere un nuovo scenario geopolitico. Le nazioni si univano per combattere una minaccia comune e la guerra era quella per la sopravvivenza. I muri venivano costruiti per tenere le creature a distanza, non gli uomini. Nel conflitto, c’era una vena pacifista, oltre a un patriottismo sfrenato e all’immancabile umorismo.

 

In Pacific Rim – La rivolta, il sequel di quella che dovrebbe essere una trilogia, i kaiju sono un ricordo lontano. I protagonisti del primo film hanno sventato la minaccia e sono diventati eroi, lasciando il posto alle nuove generazioni. Jake Pentecost (il figlio del grande Pentecost interpretato da Idris Elba) è uno scavezzacollo che si improvvisa ladro per arrotondare. Non ha voluto seguire le orme del padre: ha abbandonato l’esercito e preferisce la strada. Ma il passato lo tormenta. Dopo l’ennesimo arresto, invece di finire in prigione o ai servizi sociali, viene rispedito alla base jaeger per addestrare le nuove reclute. Qui ritrova gli amici e i contrasti di un tempo. Intanto l’incubo si prepara a tornare realtà.

Non è difficile immaginarsi perché Guillermo del Toro abbia abbandonato il progetto: la storia è un déjà vu in salsa pirotecnica, che fa il verso ai Transformers di Michael Bay. La sceneggiatura è inesistente, punta sui luoghi comuni, su un montaggio confusionario e bulimico, pieno di effetti speciali che cercano di far dimenticare lo scarso spessore dei personaggi.

La saga di Pacific Rim ha subito lo stesso processo di aggiornamento di Indipendence Day con Indipendence Day: Rigenerazione. La nuova formula lascia spazio ai giovani, alle battute da macho mentre la fine del mondo è in agguato. Botte da orbi, bulli e pupe, e a vincere è solo il pubblico di bocca buona. A tenere banco è il duo composto da John Boyega (lanciato dal nuovo corso di Star Wars) e Scott Eastwood, che di Clint ha preso solo il cognome. Qui gioca a fare il ranger dalla faccia angelica, ancorato ai sani principi e alla patria, senza cambiare quasi mai espressione. Boyega fa un passo indietro rispetto a Detroit di Kathryn Bigelow.

Dietro la macchina da presa c’è l’esordiente Steven S. DeKnight, che punta tutto sui rallenty e sul digitale. È inutile far riferimento alle armi di distruzione di massa e al rischio che la tecnologia prenda il sopravvento. Le metropoli crollano, esseri deformi prendono il controllo delle nostre menti, ma non temete: l’aquila americana non smetterà mai di salvarci.

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