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Inde Navarrette stars as Nikki and Michael Johnston as Bear in OBSESSION, a Focus Features release...Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
Dal genio della lampada alla zampa di scimmia a un bastoncino da 6 dollari e 99 cent comprato in un bazar di esotico ciarpame. Se fosse quotato in borsa, il desiderio avrebbe trovato il suo miglior ribasso. A buon mercato, com’è noto,rimanda però a un altro tipo di controvalore.
L’antico adagio non si riferiva certo ai soldi quando ammoniva: Attento a ciò che desideri.


Glielo dice anche la commessa che alcuni clienti sono tornati lamentandosi dell’acquisto effettuato. “Perché non funziona?”, chiede lui ingenuamente. No, proprio perché funziona. Obsession, dunque. Che è come dire che è il desiderio ad essere sbagliato. Bear, l’acquirente, più orsacchiotto che orso (Michael Johnston), ama Nikki (Inde Navarrette ) ma Nikki non sembra ricambiare. Così, un po’ per non morire e un po’ per celia, si aggrappa alla magia come all’ultimo rifugio dei disperati, spezzando il fatidico bastoncino con desiderio espresso annesso. E toh: Nikki di colpo impazzisce per lui. Letteralmente fa cose che richiederebbero l’immediato intervento della neuro, ma a Bear, che è più allocco che manipolatore e dunque oltremodo pericoloso, va bene così per un po’. La donna dei suoi sogni è come posseduta dal demone di un amore insaziabile per lui. Anzi, togliamo il come. È proprio posseduta o sposseduta, come avviene nell’epoca della grande paura della sostituzione, dell’horror 3.0.
Il sorriso inquietantemente freezato di Nikki da dove proviene, se non dal demone mimetico di Smile, figura del selfie e dello split identitario? E non per evidenziare il derivativo, quanto la logica demoniaca del déjà-vu, la replicazione come ingranaggio nascosto di una società che moltiplica le sue figure svuotando progressivamente se stessa. C’è una scena emblematica: impaurito, pentito, a Bear non resta che cercare lumi digitando il numero di telefono sul retro della confezione dell’oggetto magico. Vorrebbe annullare il desiderio. Ma questo non può essere annullato se non con la sua morte, gli risponde il customer service. E poi in un crescendo di assurdità, lo mette in attesa facendogli sentire la voce della vera Nikki che urla, persa in chissà quale purgatorio. Lei è "da qualche parte", una specie di ticket sospeso. Non ci viene detto dove o come. Non è l’unica sequenza del film in cui, a forza di parossismi, la parodia del reale sfocia nel perturbante. Obsession non disdegna l’ironia. Del resto il suo artefice, Curry Barker (che presto tornerà dietro la mdp con il remake di Non aprite quella porta), è uno YouTuber che arriva dalla sketch comedy. Non per questo fa meno paura. Anzi: tra i romance horror di ultima generazione è probabilmente uno dei più spaventosi. E non è una questione di jumpscares.


L’assunto che il desiderio romantico sia la porta d’ingresso per qualcosa di incontrollabile qui viene preso maledettamente sul serio. Bear è l’epitome dell’uomo mediocre, sentimentalmente frustrato, incapace di confrontarsi con la complessità delle relazioni umane e che in un momento di debolezza sceglie le vie brevi. Da questo punto di vista è il tipico personaggio maschile negativo del post #MeToo. Verso la fine del film accade qualcosa che spiega bene chi è veramente. Mentre dorme, la vera Nikki riemerge per pochi secondi e supplica il partner di ucciderla prima che l'altra si risvegli. Bear non lo fa. Certamente gli manca il coraggio. Ma c'è un secondo livello di lettura: Bear preferisce tenersi la Nikki del desiderio. Quella reale, che lo supplica di liberarla, è difficile, complicata, è una persona con una propria vita e quella persona non lo ha scelto.
Il film affronta con i codici dell’horror qualcosa di molto contemporaneo, la paura della complessità relazionale. L'incapacità di accettare l'altro nella sua alterità irriducibile. Bear non ha mai voluto Nikki, ha voluto la sua proiezione, l'idea che si era costruito di lei. Quando la maledizione gli consegna esattamente quello (l'idea, non la persona), lui vi si aggrappa fino a quando può. Il cambiamento, la sorpresa, il conflitto che emerge da due soggettività che si incontrano, quella roba lì lo spaventa più del mostro che ha creato.
Ma forse la fuga dalla complessità abbraccia uno spazio più vasto di quello delle odierne dinamiche relazionali. Paolo Strippoli mi dice che questo è il primo horror dell’era del prompt. Ed è un’ottima intuizione. Pur non facendo mai riferimento diretto all’IA, il film ne è imbevuto a livello culturale.


Quel "Voglio che Nikki mi ami più di chiunque altro al mondo" richiesto al giochino One Wish Willow somiglia tanto a un comando dato a ChatGPT. Tanto più che “il dispositivo” lo esegue alla lettera, senza comprendere il contesto di quella richiesta, senza capacità di interpretare l'intenzione profonda che la muove. Il risultato è tecnicamente corretto e sostanzialmente catastrofico.
È la paura di delegare il potere a un sistema che non ti capisce e che non capiamo fino in fondo.Bear non voleva possedere Nikki. Voleva che lo amasse. Ma il sistema ha ottimizzato, scambiando l'obiettivo misurabile (il comportamento amoroso) con quello reale (una relazione autentica). Alignment failure, la chiamerebbero i programmatori. Una paura che fa il paio con l’altra, quella di essere usati come output. Nikki è la risposta, privata di tutto il resto. È l'AI lobotomizzata, ristretta a una sola funzione.


Una funzione che stride fortemente con la forza interpretativa di Inde Navarrette, autentica rivelazione. È incredibile come riesca a passare in pochi secondi dalla dolcezza all'orrore puro, con una padronanza dell'espressività corporea veramente magistrale. Uno degli aspetti più interessanti di questa stagione dell'horror americano è proprio l'emergere di un nuovo archetipo di attrice. Da Mia Goth a Sosie Bacon, da Naomi Scott a Inde Navarrette appunto, sono interpreti molto dotate, sacrificate sull’altare di un genere considerato ancora di serie B, ma capaci di ridefinire da una parte la scream queen classica - rovesciando completamente il rapporto tra vittima e carnefice (non urlano di fronte al pericolo: sono il pericolo) - e dall’altra di sostenere una rappresentazione meno binaria del femminile al cinema. Le urla della Navarrette, insieme all’inquietante sound design del film (punta d’eccellenza del nuovo horror americano), ci perseguiteranno a lungo.
Ma non spiegano ancora tutto. Anzi, se c’è qualcosa che spiega perché Obsession faccia così tanta paura è che il film non spiega nulla. La scena in cui Nikki si copre con una pianta è esemplare: non c'è motivazione. C'è solo un'immagine che ci disturba. Il cervello dello spettatore continuerà a tornarci su anche dopo, nell'oscurità, trovando connessioni che il film non ha esplicitato. Questo è l’horror.
