Partire dalla fine non è mai la cosa migliore da fare per introdurre un film, però l’epilogo di Noi due sconosciuti – niente paura: niente spoiler – è indicativo per la capacità di consegnare il cuore della storia al pubblico. Una battuta dritta, che non cerca scorciatoie e spiega qualcosa di tanto semplice quanto complesso: un’azione minima, forse perfino insignificante, per qualcuno può rappresentare qualcosa di vitale per un’altra persona. Non è esattamente questa, la frase con cui la protagonista chiude il film, ma è una semplificazione che offre il senso di tutto. E, no, non si tratta nemmeno di svelare chissà cosa, giacché il punto della vicenda non ha a che fare con l’agnizione come snodo ma con la pacificazione come approdo.

Benché un po’ già sentito, Noi due sconosciuti è un titolo abbastanza chiaro, che ci dice tutto della relazione tra i due protagonisti, e che solo apparentemente sposta il focus rispetto a quello originale, Solomamma che in norvegese suona “mamma sola”.

Il film di Janicke Askevold, infatti, mette al centro l’incontro casuale tra due persone che non si conoscono pur avendo qualcosa – anzi qualcuno – in comune: Edith, una giornalista single, che ha cresciuto da sola un un bambino avuto con l’inseminazione artificiale nonostante la perplessità della madre; e Niels, il suo donatore che è un noto sviluppatore di videogiochi. Dopo la fortuita scoperta dell’identità del padre biologico di suo figlio, Edith decide di conoscerlo con il pretesto di un’intervista e senza rivelargli la propria identità. Il gioco è evidentemente dispari così come le conseguenze: che fare quando il rapporto si fa sempre più intimo e Edith non riesce a gestire le troppe reticenze?

Lo schema, forse, non è originale ma il contesto scandinavo è cruciale: con la sua tradizione progressista, la Norvegia è il terreno ideale per inquadrare senza retorica un modello famigliare, quello della monogenitorialità femminile, che altrove viene ancora percepito come qualcosa in bilico tra lo scandalo e l’esotismo. Solo in un panorama del genere l’assenza – fisica e morale – del padre può far innescare una serie di riflessioni che misurano le consuetudini patriarcali all’altezza del contesto locale e, fuori dai luoghi comuni, ragionano sui legami reali e non occasionali tra la biologia degli spermatozoi e la chimica dei corpi, il dato scientifico e quello umano, la donazione come uno spettro che va dalla generosità al narcisismo.

Al suo primo film di finzione, Askevold – anche sceneggiatrice con Jørgen Færøy Flasnes e Mads Stegge – parte da un episodio accaduto a un’amica e evita intelligentemente di impantanarsi nelle secche di un discorso ideologico: la politica è dei sentimenti, sentimental value appunto, con l’evidenza socioculturale al servizio di un melodramma libero e controllato, limpido nella forma e inquieto nei contenuti. Nella brace c’è una commedia romantica, con il gioco del destino che si alimenta con segreti e bugie, il riconoscimento emotivo che fa da preludio all’attrazione erotica tra due impacciati al crocevia della possibilità di un amore. Nel gran duetto tra Lisa Loven Kongsli (la ricordiamo in Forza maggiore) e Herbert Nordrum (ormai una certezza dopo La persona peggiore del mondo e Hypnosen) c’è voglia di tenerezza e c’è l’annuncio di una struggente malinconia. Vincitore a Locarno del Premio della Giuria Ecumenica.