Musikanten

Jodorowsky fa il Beethoven per Battiato. Ma il film con Gifuni e la Bergamasco cerca invano un centro di gravità permanente

2 Marzo 2006
Musikanten
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Ma siamo uomini o Musikanten? I primi, anche se artisti, sembrano avere perso il loro centro di gravità permanente e roteano fra costellazioni di idee paranoiche e schizoidi. I secondi, poverini, che nulla colpa hanno alle spalle, vengono presi come pretesto fellone per diventare cinema. Allora, in questa umanità priva di una bussola logica, che parla di cose astruse e di Wittgenstein come al mercato, Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni vogliono concludere l’affare televisivo dell’anno: una serie di interviste a scienziati pazzi, artisti megalomani, mistici misteriosi. Partono per questa avventura ma si portano un cruccio dentro, che è poi un ideale, un rimpianto, un’angoscia: Beethoven, che ne sarà di lui? Che direbbe di noi? Perché è diventato il nostro sottile incubo quotidiano? Sì, proprio il Beethoven delle Sinfonie e del Fidelio, che se avesse conosciuto i suoi estimatori dell’anno 2005 li avrebbe, loro, rinchiusi nel carcere di Pizarro e non il povero Florestano. Ma, come lui, ora si dovrebbe dire la verità, a rischio di pericoli e paure. O almeno cercarla. Per questo uno sciamano che sa usare una tecnica regressiva – forse usata anche dal nostro genialoide Battiato – e che la sa lunga sui sogni degli umani (“E’ nell’ordine delle cose sognare Beethoven”, ci informa) trasferisce Sonia, nei panni di un androgino Principe, a casa del mitico Ludwig nella Vienna del 1824. Mentre Fabrizio, capelli lunghi zingareschi e grosso anello al lobo sinistro, fa le veci di un amico tedesco con accento appropriato. Si materializzano poi, in amabili siparietti, un codazzo di adulatori e di detrattori, di individui strampalati e di damigelle pettegole, a dissertare di musica, aderenze, gusti sessuali, capolavori, bassezze. Il Maestro (Alejandro Jodorowsky, il regista scandalistico cult di molti anni fa) è davvero nevrotico e iracondo, la sordità avanza, insieme a gotta e acciacchi di ogni genere. Pure il successo della Nona e dell’Inno alla gioia, da lui solo intuito, diventa insopportabile. E’ pure volgarotto, sempre molto irritabile. Quasi irriconoscibile. Per Sonia versione Principe, diventerà forse una delusione. Mentre la Sonia vera scoprirà, uscendo dal sogno e ritornando nel bar di montagna frequentato anche da Antonio Rezza in sedia a rotelle e da un barman filosofo, che una nuova dittatura politico-spirituale si è imposta sul mondo. Ma siamo uomini o Kretinen?

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