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Mortal Kombat nella versione di Simon McQuoid arriva al secondo capitolo. Il leggendario videogioco “picchiaduro” di Midway Games, cult per tutti i giocatori compulsivi di fine millennio, era stato portato al cinema negli anni Novanta da Paul W.S. Anderson, col sequel Distruzione Totale di John R. Leonetti. Senza contare le varie versioni d’animazione il congegno ha poi subito il reboot del 2021 di McQuoid sotto l’ala della Warner Bros, ed eccoci dunque al sequel del reboot. Ma è ancora tempo di Mortal Kombat?
La trama è presto detta: dopo i fatti del primo tassello, l’imperatore dell’Outworld Shao Kahn (Martyn Ford) rompe la tregua e vuole riprovare a conquistare Edenia. Ma prima alla giovane Kitana è concesso l’onore di aprire la danza: nell’incipit la bambina riceve un amuleto dal padre, quindi il regno viene brutalmente conquistato da Shao Kahn che la adotta. Kitana divenuta adulta, nel corpo di Adeline Rudolph, in realtà lavora sotto copertura proprio per rovesciare l’impero del tiranno. Con le rinnovate velleità di conquista il grande antagonista per reazione chiama a raccolta i leggendari combattenti dell’universo di Mortal Kombat: Cole Young, Liu Kang che è un monaco shaolin, Jax e Sonya Blade insieme a Lord Raiden, colui che usa i fulmini a suo piacimento. La squadra non basta, perché c’è un altro personaggio mitico da stanare: è Johnny Cage, interpretato da Karl Urban, già ampiamente frequentato nel primo film, che viene presentato come un attore di film di arti marziali ormai fallito. E appena lo vediamo inforca i famosi occhiali da sole e se li appoggia sul viso, come tratto distintivo della sua figura.
E’ infatti proprio questo che vuole fare Mortal Kombat, anche nel sequel: evocare una mitografia, risvegliare un immaginario, solleticare il fan storico. Allora nell’arco degli scontri si dispiegano una serie di visioni e situazioni che rimandano al gioco e ai suoi amanti, riversando in forma narrative le abitudini da joystick, per esempio le famose fatality che fecero la fortuna del prodotto. La figura più horror resta Baraka, con gli straripanti denti aguzzi che coltivano il cinema di genere. Ora, va detto che il film quando è costretto ad offrire momenti parlati e affidarsi alla sceneggiatura di Jeremy Slater passeggia serenamente nel ridicolo; ciò che i personaggi si dicono, l’opposizione al perfido conquistatore che vuole prendersi il mondo, non regge da alcun punto di vista, è un pretesto impacciato e sarebbe troppo generoso vederci qualcosa a proposito del nuovo colonialismo odierno.
Piuttosto, e giungiamo al nocciolo, come tutti sanno Mortal Kombat si gode – o non si gode – per i combattimenti che lanciarono la fortuna globale del gioco: qui vengono moltiplicati rispetto al primo film, sbocciano appena possibile, tra Kano, Scorpion e Sub-Zero, perché proprio la faida vorticosa e perenne è il motivo di essere dei film, non altro. Anche così, però, ben presto il meccanismo mostra la corda e la reiterazione delle lotte, cucite sulle caratteristiche di ogni personaggio, finisce per stancare nella sua reiterazione, che tutto sommato chiunque ha pigiato quei tasti già conosce bene. Naturalmente c’è lo scontro decisivo: il redde rationem tra Kitana e Shao Kahn, che è il “mostro finale” e si produce in un epilogo abbastanza spettacolare. Finale col varco aperto per il terzo capitolo, già confermato con lo stesso sceneggiatore. Mortal Kombat II, insomma, è il classico prodotto solo per fan. I patiti del “mortalkombatverse” possono divertirsi, per gli altri arduo è rintracciare un brandello di cinema.
