Mon roi

Maiween annusa l'aria che tira: l'irresistibile furbetto del quartierino Vincent Cassel e la donna ai suoi piedi

2 Dicembre 2015
2,5/5
Mon roi

Vincent Cassel deve averci preso gusto. Dopo quello del Racconto dei racconti di Matteo Garrone, un altro re, che tra parentesi continua a correre dietro alle donne: Mon roi di Maiween, tornata in Concorso a Cannes 2015 dopo Polisse, 2011, premio della giuria. Bene, ha fatto passi in avanti: Mon roi è meglio, decisamente. E, attenzione, non si deve correre nell’errore di giudicarlo secondo parametri morali: se il personaggio di Cassel, pur fascinoso e a tratti irresistibile, lo si prenderebbe a mazzate per quanto è – autodefinizione – “il re degli stronzi”, ciò non può, non deve ricadere negativamente sul film.

Dovrebbe, viceversa, se Mon roi ci marciasse o all’opposto condannasse il suo Georgio – sì, scritto così – ma Maiwenn non ci casca: il suo racconto non è né morale né immorale, piuttosto amorale, se vogliamo in perfetta sintonia con il re che s’è scelto. Georgio è uno dei tanti ricchi di oggi: bella casa arredata con cattivo gusto, ristoranti e altri affari, un rapporto, ehm, contrastato con il fisco, tra tasse evase e pignoramenti, e un passato (presente?) da modellaro. Insomma, vivesse a Milano sarebbe quella da bere che fu – ed è ancora? Con le donne, ovvio, ci sa fare, fin troppo: ci casca Tony (Emmanuelel Bercot), che vediamo subito spaccarsi un ginocchio sugli sci.

Che sia stato un tentato suicidio, beh, l’ipotesi regge. Mentre Tony passa le giornate in un centro di riabilitazione per tornare a camminare, noi si vede quel che l’ha fatta cadere: Georgio, uno che non ci puoi vivere e non puoi farne a meno. Va detto, Tony ci mette del suo: non solo un bambino, ma una buona dose di fragilità che con il reuccio ci va letteralmente a nozze…

Lasciamo perdere i paragoni, più o meno illustri, che non reggono e non dicono nulla, da Un uomo, una donna in giù, piuttosto, Maiween canta la vita estetica, ed estetizzante, del re e della regina suo malgrado, appoggiandosi ai suoi due interpreti: un passo doppio ben eseguito, sia dalla Bercot sopra le righe che dal sensuale, perennemente e salvificamente ambiguo Cassel, che con quegli occhi può tutto.

Nel cast, tra gli altri, c’è anche Luis Garrel, alias il fratello di Tony: ruolo piccolo, ma ben giostrato. Storia di liberazione e, forse, libertà di e soprattutto da, Mon roi ha il merito fondamentale, tra qualche compiacimento e più di qualche lungaggine, di annusare l’aria che tira: quanto possono essere fascinosi i furbetti del quartierino? E, sì, quanto è facile cadere ai loro piedi?

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