Molly’s Game

Aaron Sorkin esordisce alla regia con il memoir della "principessa del poker". Per scavare dietro la facciata del gossip e del sensazionalismo

18 Aprile 2018
3,5/5
Molly’s Game

Questa è la storia di Molly Bloom. No, non della moglie di Leopold, protagonista dell’Ulisse di Joyce. Ma di una giovane promessa dello sci acrobatico che, in seguito ad una grave lesione fisica, riesce a rimettersi in gioco su un altro terreno.

Il terreno è quello del poker clandestino, lei l’organizzatrice di un business da milioni e milioni di dollari. Ai suoi tavoli siedono le celebrities più in vista, dalle stelle di Hollywood ai giganti dello sport, uomini d’affari e – a sua insaputa – membri di organizzazioni criminali.

Proprio per questo, viene arrestata in piena notte da 17 agenti FBI armati fino ai denti. E l’unico disposto a prenderne le difese, seppur all’inizio riluttante, sarà l’avvocato Charlie Jaffey.

Per esordire dietro la macchina da presa, il celebre drammaturgo e sceneggiatore Aaron Sorkin ha scelto ancora una volta di misurarsi con una storia vera. E, soprattutto, con un personaggio che – a dispetto delle apparenze – nasconde molto di più rispetto a quanto uscito sui vari tabloid scandalistici.

Sorkin prende ovviamente spunto dall’omonimo memoir della Bloom (edito in Italia da Rizzoli), affidando a Jessica Chastain un altro di quei ruoli tosti e tenaci che ormai, da qualche anno, la caratterizzano. Ma non sottovaluta la componente emotiva ed umana di una donna che, prima di ogni cosa, ha saputo tenere testa e controllare un ambiente tipicamente maschile.

 

Quello che sta a cuore a Sorkin, lo capiamo strada facendo, non è però la scalata e la conseguente caduta di Molly, né alimentare il gossip relativo alle personalità coinvolte in quei tavoli milionari (di fatto proseguendo sulla strada tracciata dalla stessa Bloom, che anche nel libro usa nomi fittizi*): all’autore di The Social Network e Steve Jobs interessa piuttosto scavare nel cuore di un rapporto, quello con la figura paterna, partendo dagli anni d’infanzia della protagonista in Colorado fino ad arrivare a quella bellissima e risolutiva scena, verso il finale, su una panchina di Central Park a New York.

Cresciuta da un padre autoritario, psicologo e suo primo allenatore (interpretato da un gigantesco Kevin Costner), Molly si ritrova anni più tardi a voler (inconsciamente?) controllare uomini di potere. Ma è una brama, la sua, che al netto di guadagni esorbitanti la fa al tempo stesso sprofondare in una spirale di depressione e droghe: alcune per restare sveglia, altre per dormire.

Sorkin gestisce il tutto, come d’abitudine, con una scrittura che le immagini (e gli attori) devono saper assecondare: violenti cambi di ritmo e frazionamento temporale, voce narrante (della protagonista) che reintroduce di volta in volta alcuni passaggi della storia, storia stessa che sembra riattualizzarsi di fronte ai nostri occhi e alle orecchie dell’avvocato Jaffey (Idris Elba, davvero bravo anche lui). Avvocato che, guarda caso, cerca di crescere la figlia studentessa con affetto misto a rigore.

Padri e figlie, di nuovo (ricordate Steve Jobs?…), partendo però dall’incredibile storia di una donna che, anche nel momento più buio, ha preferito continuare a mettere in gioco se stessa piuttosto che uscire agevolmente dall’impasse facendo i nomi dei pokeristi coinvolti.

 

*Nel libro di Molly Bloom vengono fatti solamente i nomi delle persone già note nell’inchiesta: tra questi Tobey Maguire, Leonardo Di Caprio e Todd Phillips. Nel film, invece, Aaron Sorkin ha preferito non utilizzare neanche quelli.

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