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Missione Shelter (2026)
Dopo la morte dell’amico Patroclo, Achille abbandona la tenda in cui si è ritirato e torna a combattere. Momento topico dell’Iliade, è stato utilizzato in infinite variazioni dall’action americano, diventando uno dei plot narrativi più gettonati. In Missione Shelter, la tenda è la casa-faro di una sperduta isola scozzese. Achille è Michael Mason, alias Jason Statham: figura non meno mitologica per gli appassionati del genere. Burbero, solitario, con un passato da nascondere. E un cane da compagnia, segno che lì, da qualche parte, c’è un cuore.
Come Achille, anche Mason/Statham deve lasciare l’esilio e tornare in battaglia. A lui però non uccidono l’amico: a stanarlo non sono soltanto l’ennesimo apparato-ombra di un governo corrotto – la THEA (Total Human Engagement Analytics, rivisitazione in chiave algoritmica del panopticon di Bentham), che si prodiga nell’eliminazione dell’antico figliol prodigo con violenta abnegazione, ovviamente per perpetuarsi – ma anche l’incontro decisivo con una ragazzina (Bodhi Rae Breathnach), di cui si sentirà, in qualche modo, responsabile.
E qui la memoria va subito a Léon di Luc Besson, dove la somiglianza sfiora perfino la fisicità di Jean Reno e Statham (mentre Natalie Portman era, effettivamente, tutta un’altra cosa). Il topos del killer solitario che diventa custode dell’innocente, ripreso anche da Lynne Ramsay in A Beautiful Day, è qui l’elemento umanizzante non solo del personaggio ma del cinema di Jason Statham, imponendo al solido ma solito action di Ric Roman Waugh una tonalità un po’ più sentimentale e meno muscolare. Tranquilli: scazzottate e fucilate non mancano. Ma vedere Statham aggrottare le sopracciglia e non solo flettere i muscoli rende un po’ più rotonda l’operazione e più umana la sua macchina per uccidere (c’è persino un momento, durante la battaglia con il suo alter ego – il sicario senza cuore – in cui il nostro eroe deve sedersi, vinto dalla stanchezza).
È però la qualità produttiva complessiva – cinquanta milioni di dollari di costi, che si vedono tutti – a offrire un prodotto migliore. Waugh costruisce un film che centellina l’azione, rianimando per quanto possibile tutti i cliché di un oggetto che è insieme action, dramma e spy story. Al netto di dialoghi non particolarmente originali, qui abbiamo un cast di contorno credibile: Bill Nighy come il padre che divora i suoi figli, serpe in seno all’apparato e maestro di doppiezza; Naomi Ackie nei panni della figura di potere rassicurante, ligia al dovere e rispettosa delle regole. Prezioso – ma non è una novità nei film di Statham – il lavoro degli stunt. Funzionale il commento musicale di David Buckley. Appiccicato e un po’ raccogliticcio, invece, il sottotesto IA - l’eroe analogico contro la rete digitale di sorveglianza – con cui il film vorrebbe darsi un senso di attualità.
La verità però è che Missione Shelter non pretende di reinventare niente, gli basta rifare discretamente ciò che il suo pubblico vuole.
