Millennium

Uomini che odiano le donne per americani che imitano gli europei: molto mestiere e poca passione nel remake firmato Fincher

1 Febbraio 2012
3/5
Millennium

Dalla Millennium saga di Stieg Larsson il cinema europeo aveva cavato: un primo adattamento decisamente buono (Uomini che odiano le donne) cui avevano fatto seguito altri due episodi piuttosto risibili (La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta); un sex symbol atipico, androgino e vagamente inquietante come Noomi Rapace, salita alla ribalta con il personaggio di Lisbeth Salander e poi trasmigrata ad Hollywood (Sherlock Holmes 2); un’operazione commerciale da oltre 200 milioni di dollari, solo considerando gli incassi worldwide e al netto quindi dell’home-video, del merchandising (nullo per la verità) e del rimbalzo editoriale.
Ed è a motivo di quest’ultima favorevole congiuntura se gli americani hanno stabilito di rifare Millennium in casa loro (mantenendo però l’ambientazione svedese), a modo loro. E siccome hanno deciso di affidare la regia del primo episodio a David Fincher, il “modo” americano è risultato assolutamente impeccabile. Con Uomini che odiano le donne Fincher torna ad occuparsi di serial killer, ma la scena del crimine stavolta è sorprendentemente ripulita. Sangue, marcio ed efferatezze non mancano – superano anzi tutte quelle di Seven e di Zodiac messe assieme – ma è come se il regista avesse indossato i guanti per non sporcarsi troppo le mani, girando con professionalità – e trattenuta personalità – un thriller freddo e senza sbavature. Un lavoro inappuntabile: c’è ritmo, tensione, una confezione sontuosa, una buona caratterizzazione degli ambienti e dei personaggi, esattezza nel taglia e cuci del montaggio, precisione chirurgica nel riprendere la scena sempre dalla prospettiva giusta.
La trama non si discosta dall’originale europeo e ciò potrebbe non giovare – in termini di suspense – allo spettatore di seconda mano. La durata d’altra parte – 160 minuti – non è incoraggiante.Più interessante scoprire che, al netto di piccole e marginali disuguaglianze narrative, c’è uno stile europeo e uno tutto americano di realizzare lo stesso film.Uomini che odiano le donne diretto da Arden Oplev era un dramma familiare ricoperto di polvere e malato di decadenza, capace di unire a un’estetica della rovina lo sforzo autoriflessivo: fotografie, filmati d’archivio, tracciati informatici, erano protagonisti al pari dei personaggi in carne ed ossa, strumenti d’indagine dentro e fuori il racconto. Un sottotesto che, se non sparisce, passa del tutto in secondo piano nella sua versione yankee, più improntata alla realizzazione di un thriller ad alta tensione. Il suono del film europeo era analogico (come quello di un giradischi), quello del suo omologo americano è più digitale.
Detto ciò, il film di Fincher ha tre indiscutibili meriti: 1) Non fa rimpiangere troppo il pur buono esperimento svedese. 2) Ha trovato in Rooney Mara (candidata all’Oscar) una Lisbeth Salander non meno ambigua di quella europea, asessuata a pari merito. Il suo corpo-segno rivestito anche se nudo, sovrascritto da tattoo, piercing, make-up, non è l’esibizione di un’identità che si maschera, ma la forma epidermica che sostanzia l’anima. In qualche modo epocale. Bene anche l’innesto di Daniel Craig al posto di Michael Nyqvist, ma The King of Drama è l’inarrivabile Christopher Plummer. 3) Ha realizzato i titoli di testa più belli degli ultimi anni. Sulle note di Immigrant song dei Led Zeppelin, Fincher sforna un videoclip tutto fuoco, petrolio e antracite. Un vorticoso métissage di linee, forme e colori. “Gli incubi di Lisbeth”, lo ha chiamato. Per sognare, alla maniera di Saul Bass, l’arte che viene prima di tutto. Anche del film.

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