Mila (Apples)

Amnesia canaglia: Christos Nikou apre la sezione Orizzonti di Venezia 77 con una distopia straniante e cupa. Ci ricordiamo quello che abbiamo vissuto o quello che abbiamo deciso di ricordare?

2 Settembre 2020
3,5/5
Mila (Apples)
Mila (Apples) - Credits Bartosz Swiniarski

Testate al muro. Per dimenticare, forse.

Intorno a lui, nel frattempo, una misteriosa amnesia colpisce le persone in maniera imprevista e casuale. Fin quando anche Aris (Aris Servetalis) non ricorda più nulla. Nessun documento addosso, viene portato in ospedale. Qualche test, nessun miglioramento. E nessun parente, conoscente, che lo vada a reclamare.

Che cosa succede ai dimenticanti dimenticati? L’opera prima del greco Christos Nikou (Mele, frutto onnipresente nelle giornate del protagonista) ipotizza uno scenario distopico da pandemia subdola, suggerisce una nuova forma di solitudine sociale con tanto di “programma di recupero” atto a ricostruirsi una “Nuova identità”.

È quello che accetterà di fare Aris, al quale viene assegnato un nuovo appartamento e una Polaroid. Dovrà immortalarsi ogni volta che riesce a portare a termine uno dei compiti che la voce guida di un’audiocassetta gli impartirà: in questo modo potrà crearsi dei nuovi ricordi e documentarli con una macchina fotografica, tornando a una vita normale e incontra Anna (Sofia Georgovassili), a sua volta inserita in un programma di recupero.

“È incredibile, e in un certo senso assurdo, quanto il tempo passi velocemente dal momento in cui si entra nell’età adulta”, dice il regista (dieci anni fa assistente per Lanthimos in Dogtooth), che apre ufficialmente la sezione Orizzonti di Venezia 77: straniante e intessuto di una sottile, grottesca ironia (la scena della serata in maschera, con Batman prelevato dall’ambulanza perché colpito da amnesia), Mila offre più di qualche spunto di riflessione, lasciando però una sensazione di incompiutezza per il modo abbastanza sbrigativo con cui risolve la questione.

Mila (Apples) – Credits Bartosz Swiniarski

Figlio di un’idea partorita un decennio fa (a quanto pare in un periodo non particolarmente felice nella vita del regista, in seguito alla morte del padre), il film arriva in un momento storico governato da un altro tipo di pandemia: è pertanto naturale finire per trovare sponde con un oggi che sembra quasi aver perso contezza di abitudini passate, con il digitale che – mai come in questi giorni – ci ha di fatto allontanato da qualsiasi retaggio di una preistoria analogica.

Gli autoscatti di Aris, però, a loro volta impressi nel formato 4:3 adottato da Nikou, oltre al registratore a nastro dal quale ascolta le linee guida del programma di recupero, ci riconsegnano un’immagine dell’immagine che abbiamo finito per dimenticare, vittime anche noi di un’amnesia che ci ha portato ad immortalare sbrigativamente qualsiasi cosa. Dimenticandoci di essere. Pensando, altresì, che qualsiasi cosa meritasse di essere catturata, condivisa, relegata – insieme ad altre innumerevoli – negli anfratti di una memoria non più nostra, ma artificiale, di qualsivoglia dispositivo.

“Ci ricordiamo quello che abbiamo vissuto o quello che abbiamo scelto di ricordare? Possiamo dimenticare le cose che ci hanno ferito? Potrebbe essere che in fondo non vogliamo dimenticare le esperienze dolorose, perché senza di esse perderemmo la nostra esistenza?”: la risposta, in fondo, è nell’ultima domanda.

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