PHOTO
© 2026 Netflix, Inc.
Si fa presto a dire commedia romantica, core business di Netflix soprattutto a uso e consumo dei millennial o giù di lì, ma Messaggi per Isabelle ricorre allo schema della commedia come espediente e usa il romanticismo per vocazione melodrammatica. Raro caso di romance che non adatta un testo già esistente e fidelizzato (anche se le premesse somigliano al romanzo di Sofie Cramer da cui il film SMS für Dich e il remake Love Again), quello di Leah McKendrick (attrice, all’opera seconda dopo Scrambled) è anche piuttosto abile nel costeggiare un versante più problematica, perfino inquietante: se a innescare l’incontro è il solito gioco del destino, ad alimentarlo è invece un meccanismo manipolatorio che però – tranquilli – è messo alla prova dall’amore.
Messaggi per Isabelle parte come un post-cancer movie, variante del film sentimentale che ha un modello in Love Story ed esempi generazionali nei vari Colpa delle stelle e Io prima di te. Ma la malattia non colpisce né lui né lei, ma la sorella di lei, affetta da fibrosi cistica. Per provare a elaborare il lutto di Isabelle, Jill comincia a lasciarle dei messaggi vocali, raccontandole della sua vita a San Francisco costelatta soprattutto da appuntamenti sfortunati. Tuttavia, il numero di Isabelle è stato riassegnato a Wes, un rampante agente immobiliare di Austin che inizia ad ascoltare le sue confessioni senza rivelarsi. Curioso di saperne di più, Wes decide di conoscere Jill: la scintilla scocca presto, peccato che lui le tenga segreto quello strano legame.


Com’è tipico in questi film, è la chimica della coppia a determinare la riuscita della storia. E, come spesso accade, la quarantenne McKendrick ammicca alla golden age della rom-com, cercando un appiglio simbolico a quell’immaginario ma anche un’affinità elettiva ed emotiva. Così, Jill (la carismatica Zoey Deutch) è tanto bella quanto sfortunata in amore, volitiva e ambiziosa come quella Meg Ryan che lei stessa cita per definirsi, ma volendo anche quella tipologia di giovane donna affascinante e indipendente che dichiara di poter fare a meno di un fidanzato (da Katharine Hepburn a Julia Roberts). E Wes (Nick Robinson), invece, un bello forse cosciente di esserlo ma comunque impacciato e con lo sguardo da cane bastonato, viene associato a Hugh Grant (ma l’archetipo è Cary Grant).
Il citazionismo si riverbera anche nei commenti degli amici di Wes (ruolo che, non a caso, si ritaglia McKendrick), che giocano con i cliché del genere e “spiegano” la vicenda come se fosse una degenerazione di C’è posta per te (“Tu non sei Tom Hanks!”; senza dimenticare che trattasi a sua volta del remake di Scrivimi fermo posta, a testimonianza che nulla si crea e tutto si trasforma). Il che fa capire come ci sia un certo grado di consapevolezza nell’approcciarsi a una materia potenzialmente angosciante, dove la reticenza si conferma più deleteria della menzogna. Ma, dopo la svolta, Messaggi per Isabelle sembra non sapere bene che direzione prendere, perde lo smalto iniziale (la confezione patinata è funzionale), resta sulla superficie dei disaggi e rincorre una quadratura nostalgica per rassicurarci di fronte all’amore che tutto cura.
